Cronache

Filarmonico, il rilancio invisibile

Il Piano di sviluppo 2019-2022 della Fondazione Arena fa come sempre è accaduto in passato: trascura i progetti per la sala settecentesca di Verona, prevedendo una cifra irrisoria per il marketing e auspicando di fatto che non vi si faccia più l'opera. Ma così sarebbero fortemente a rischio gli 11,1 milioni annuali del FUS. Indispensabile un piano di valorizzazione concreto e corposo

Ogni volta che il figurante in costume di scena munito di gong dà il segnale che l’opera nell’anfiteatro romano di Verona va a incominciare, il cassiere della Fondazione Arena si frega le mani. La media dei ricavi per serata lirica, infatti, supera i 450 mila euro (somma di incassi per biglietti e quota parte di contributi pubblici). Un dato in crescita negli ultimi tempi, eppure ragguardevole anche negli anni bui della crisi, visto che da sette stagioni non scende sotto i 384 mila euro (minimo toccato nel 2014). E questo nonostante il tasso medio di occupazione non riesca a decollare oltre il 62 per cento (che significa che ci sono serate decisamente scarse di pubblico).

Passata l’estate, il cassiere in questione eviterà per circa nove mesi di prestare troppa attenzione al botteghino perché al Filarmonico – l’altro essenziale polo della Fondazione – i numeri sono molto meno significativi. Anzi, sono infinitesimali, in confronto a quelli dell’Arena. Si parla di 37 mila spettatori complessivi (meno di un decimo di quelli dell’Arena) per 60 alzate di sipario fra opere, concerti e altro, con una media di ricavo per serata di 11 mila euro. Conseguenza? Ogni rappresentazione in Arena ha una “marginalità” positiva che da un minimo di 66 mila euro può salire perfino a 246 mila euro. Ogni alzata di sipario al Filarmonico ha una “marginalità” negativa che oscilla fra i 33 mila euro per l’opera e i 17 mila per i concerti sinfonici. Detto in soldoni: in Arena gli spettacoli “si ripagano”, al Filarmonico “ci perdono”.

Per scoprirlo occorreva spendere i 150 mila euro + Iva che è costato  il “Piano di sviluppo 2019-2022 per l’Arena di Verona”, documento che siamo in grado di pubblicare integralmente? Naturalmente no, visto che si tratta di dati pubblici, agevolmente rintracciabili e soprattutto storici. Certamente notissimi al sovrintendente Cecilia Gasdia e ai suoi collaboratori.

Da quando la Fondazione Arena ha cominciato a traballare, infatti, e si parla ormai di una decina di anni (naturalmente, a livelli e con motivazioni diverse), il tormentone è sempre stato il Filarmonico. Palla al piede, pietra al collo, intralcio: a tutti era sempre molto chiaro lo squilibrio economico sopra descritto. E non era raro che durante i dibattiti, nelle tv locali e sui giornali, si lasciasse intendere che liberarsi dell’attività nel settecentesco teatro del Bibbiena avrebbe permesso al vero “big business”, l’Arena, di svilupparsi ulteriormente. Molto meno chiaro era il punto di partenza normativo e istituzionale. Solo grazie all’attività continuativa garantita dal Filarmonico da ottobre a maggio, infatti, l’ente lirico era potuto diventare Fondazione lirico-sinfonica ottenendo dallo Stato un decisivo contributo che oggi è di circa 11 milioni di euro all’anno.

Da questo disinteresse deriva il fatto che molto raramente, vorremmo dire mai, sia stato messo a punto concretamente un progetto per rilanciare il Filarmonico e per farlo funzionare in maniera più economica. Lo sforzo che fanno tutte le Fondazioni liriche italiane con i loro teatri “tradizionali”, perché non hanno la fortuna di avere un’Arena a disposizione.

Non si parlava di progetti per il Filarmonico nel 2014, data del precedente Piano di sviluppo areniano, rimasto lettera morta (e costato poco meno dell’attuale). Non se ne parla in questo, per la cui attuazione FAV sborserà oltre ai 150 mila di cui si diceva altri 210 mila euro in tre anni come abbiamo raccontato di recente. Anche questi quattrini, come quelli per la realizzazione del Piano, arriveranno dalla Camera di commercio veronese, è sempre stato detto. In che modo resta da capire, visto che per ovvi motivi tecnico-giuridici commissioni e pagamenti figurano in capo alla Fondazione.

Ma del resto, questo non è un Piano che si occupi dell’attività aziendale, cioè l’opera e la musica. La socità Business Integration Partners che lo ha approntato fa un discorso di obiettivi strategici, non si attenta certo a dire cosa bisognerebbe o non bisognerebbe fare sul piano artistico. Del resto, c’è una sovrintendente che è anche direttore artistico, questa è responsabilità sua. Così, attendiamo che oltre il già annunciato programma ottobre-dicembre e i pochi spot lanciati su quel che avverrà da gennaio a maggio, Cecilia Gasdia lanci un bel programma di rilancio del Filarmonico, con idee, metodi, progetti, scelte culturali ben definite, autorevoli, allettanti per il pubblico. Finanziate come, se lì va tutto in perdita? Ma ottimizzando i costi, anche se il Piano dice poco su come fare, e soprattutto facendo fruttare la marginalità positiva assicurata dall’Arena, utilizzandone un po’ per il derelitto teatro.

Che gli estensori del Piano abbiano chiaro cosa fa un sovrintendente è peraltro quanto meno revocabile in dubbio, se è vero che la grande pensata a proposito del Filarmonico è la “costituzione di un gruppo di lavoro (con risorse interne) per rinnovare l’offerta”. A meno che non volessero fare intendere che Cecilia Gasdia dovrebbe essere “commissariata”.

Mercato, flussi turistici, strategie commerciali, ricavi e marginalità:in ciascuna delle 47 pagine del report il focus è sempre e solo economico. Che tutto ciò dipenda non solo da una cosa chiamata opera ma anche e soprattutto dal modo di rappresentarla, sembra del tutto trascurabile. Per esemplificare quale sia il fulcro dell’attenzione, un unico dato: nel 2022, il potenziamento del marketing per l’Arena dovrebbe vedere un impegno economico di un milione 141 mila euro, rispetto agli 890 mila euro attuali. E il Filarmonico? Si arriverà alla vertiginosa cifra di 85 mila euro. Forse perché la ricetta additata è la seguente: “Preferenza ai concerti in luogo delle opere”. Una visione strategico-culturale asfittica e rinunciataria, rovinosa anche dal punto di vista del mantenimento delle contribuzioni pubbliche. E purtroppo, nulla di nuovo sotto il sole.

Foto © Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona