Oltre la musica

Hirst, l’imbroglio del postmoderno

A Venezia, nei sontuosi e seducenti spazi di Palazzo Grassi e della Punta della Dogana, la mostra-kolossal da 100 milioni di dollari del controverso artista inglese è un rutilante show del kitsch da bottegaio del lusso, già tutta orientata al mercato miliardario. Un progetto che dura da quasi 10 anni all'insegna del falso: finto l'antico naufragio di una nave, finta tutto la collezione d'arte che l'imbarcazione conteneva, finte le operazioni di recupero subacqueo oggetto di video e foto

Cento milioni di dollari è il budget di una produzione hollywoodiana media, ma non senza ragionevoli ambizioni spettacolari e di cassetta. Secondo i beni informati, è anche il costo del super-show di Damien Hirst, in scena fino al 3 dicembre negli spazi espositivi super-glamour (e affascinanti, in effetti) della Fondazione Pinault a Venezia, Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Il povero Marco Goldin, con le sue epopee impressionistiche o vangoghiane, può andare a nascondersi. A Vicenza, compresi i costi aggiuntivi per incidenti di percorso nella realizzazione dell’allestimento della prossima mostra in Basilica, saremo a livelli compresi fra un decimo e un ventesimo di quella cifra. E anche se si porta il discorso sull’odioso versante della “valorizzazione” delle opere d’arte – specchietto per le allodole nell’era del “tutto ha un prezzo, tutto si può comprare” – il terreno è poco favorevole. Certo, Vincent ha quotazioni da capogiro (la quarantina di tele che si vedranno a Vicenza, non sapremmo dire). Ma Damien – stella British dell’arte contemporanea – non è da meno, si sa, anche se qualche anno fa in Inghilterra una vendita dei suoi “teschi” è andata malissimo e gli addetti ai lavori danno quotazioni in calo negli ultimi tempi anche del 70 per cento, pur partendo da cifre stratosferiche.

Questo, semmai, serve solo a capire il “rischio d’impresa” (quello che Goldin dichiara sempre di assumersi in toto e personalmente) dello show veneziano. Perché tutti sanno che la rutilante accozzaglia di oggetti sistemati nelle due meravigliose sedi espositive – vedi caso già preordinata in duplicati di dimensioni e materiali diversi – è destinata a prendere la via del collezionismo miliardario, e probabilmente ha già cominciato a farlo. Il punto è capire quanti abboccheranno; quanto la produzione, come si dice in gergo, “si ripagherà”. Sui banali incassi, infatti, anche se l’ingresso costa 18 euro, non è il caso di contare troppo: con 300 mila visitatori si andrebbe di poco sopra i 5 milioni. E non è che decidere all’ultimo momento di andare alla Dogana – come ha fatto chi scrive – crei problemi: code alla cassa non se ne sono viste, ressa in mostra nemmeno.

Bisognoso di rilancio dopo la progressiva perdita del favore della stampa specializzata e le incertezze del mercato, Hirst ha trovato in Pinault un entusiasta sostenitore. Ma il re francese del lusso è uno che i suoi conti li sa fare bene. Come del resto le aziende internazionali che compaiono in lunga lista su un tabellone all’uscita, in un elenco che evita di utilizzare il disonorevole e volgare termine “sponsor”. E dunque, solo i prossimi anni diranno se “Treasures from the wreck of the Unbelievable” sarà stato un clamoroso affare o un sanguinoso naufragio. Che rischia di essere molto più reale di quello, totalmente inventato, a cui si riferisce il titolo.

Nel merito, lo show rappresenta probabilmente il culmine delle ossessioni barocche in chiave post-moderna dell’artista inglese ed è costruito secondo uno schema di finzione integrale, che sconcerta per la sua zoppicante dimensione culturale e stupisce per la sua ambizione kolossal. In altre parole, uno strabiliante trionfo del kitsch.

Ci vuole della fantasia, in effetti, per inventare una storia come quella del liberto Cif Amotan, collezionista compulsivo (ma guarda un po’) dell’arte del suo tempo – il I secolo d.C. – che stiva in una nave immensa i suoi tesori per trasportarli in un tempio apposito, senza poter realizzare il suo progetto a causa di un disastroso naufragio che seppellisce in mare, al largo dell’Africa Orientale tutta la collezione. E ci vuole una notevole dose di costosa insensatezza per spingere il “fake” fino a realizzare una spedizione di recupero, documentata da foto e video subacquei. Così, il visitatore avvertito (ma quanti lo saranno davvero? Nessun materiale disponibile in mostra chiarisce la finzione) si immagina decine di addetti che prima portano sott’acqua gli oggetti partoriti dalla fantasia di Hirst e poi li riportano in superficie e li mettono “in salvo”, pronti a diventare oggetto della mostra. Fra ideazione, preparazione, realizzazione e allestimento, una finzione che va avanti da quasi 10 anni.

In mostra, si apprezza la varietà e qualità dei materiali, spesso preziosi o preziosissimi, sempre che anche quelli non siano taroccati (didascalie e guide si affannano a dire che no, sono tutti autentici): oro, argento e bronzo, pietre preziose, giada, quarzi di ogni tipo, resine sofisticate. Tutto si tiene: una fiera del lusso, visto che siamo a casa del re del lusso. Quanto alla mitologia e alla storia delle religioni come esce dalla scombiccherata narrazione, meglio lasciar perdere. Per chi ha fatto studi classici, poi, lo show è proprio controindicato.

A fianco di Proteo e Andromeda, di Medusa e Hydra, del Minotauro e di Cerbero, fra gli oggetti (scultura è parola grossa) recuperati dal naufragio, ricoperti di finti coralli ed alghe, fanno bella mostra di sé Topolino e Pippo, Mowgli e l’orso Baloo. E quindi il legittimo sospetto è che Mr. Damien Hirst, gran bottegaio del lusso, si sia divertito a prendere in giro tutti quelli che sborsano 18 euro per vedere da vicino le sue mirabolanti invenzioni. Qualcuno però (l’artista e/o chi per lui), per concedersi questo giochetto ha sborsato 100 milioni di dollari. Come suol dirsi: i conti si faranno alla fine.