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La tempesta ormonale di Giulietta

Il capolavoro di Shakespeare nella nuovissima versione italiana di Sergio Perosa, la prima in versi spesso rimati, come l'originale. Un dramma che inizia come commedia salace e perfino scurrile, nella quale più che lo zuccheroso sentimentalismo di maniera domina una franca sensualità. Nella coppia, più consapevole (e malizioso) il personaggio femminile, che conduce il gioco destinato a finire in tragedia

Da oltre quattro secoli, da quando Shakespeare adattò per la sua compagnia teatrale una “lacrimevole storia” che girava da parecchio tempo fra Italia, Francia e la stessa Inghilterra, Romeo e Giulietta sono gli indiscussi ed eponimi campioni dell’amore giovane e assoluto. Gli eroi del sentimento che supera ogni ostacolo (specialmente l’ostilità delle famiglie e di tutti quelli che giovani non sono) e che non arretra nemmeno di fronte alla morte. Il loro dramma è il più rappresentato al mondo e in ogni epoca del Bardo; la loro storia è stata proposta nelle più diverse tipologie rappresentative, dalla danza all’opera (che molto presto se ne impadronirono), e non cessa di essere raccontata al cinema. Superando e “assorbendo” ogni tipo di adattamento della vicenda, spesso spostata in tempi e luoghi molto diversi dall’originale. Ma anche se è capitato a tutti di assistere a un “R&J” collocato chissà dove e chissà quando, la popolarità dell’ambientazione originale della storia, “la bella Verona”, non accenna minimamente a scemare fra le legioni degli adepti della vera e propria “religione sentimentale” nata nel nome dei due sfortunati amanti. E la visita alla Casa di Giulietta (la più geniale “invenzione del vero” della promozione turistica nel XX secolo) è una tappa irrinunciabile dei pellegrinaggi di questi fans.

G&REppure, lo zuccheroso romanticismo non ha nulla a che vedere con la maniera in cui Shakespeare scrisse per la scena questa storia tutta veneta, che fra i suoi precedenti autori letterari ebbe anche il vicentino Luigi da Porto. Lo svela la recentissima nuova versione in italiano di Sergio Perosa, intitolata Giulietta e Romeo e non viceversa, come in Shakespeare: un po’ per omaggio ai titoli delle fonti italiane, ma anche perché questa è la successione dei nomi nel celeberrimo distico conclusivo del capolavoro (Cierre Edizioni, 2016, pagg. 164, € 14,00 – con un’appendice sui luoghi reali o presunti della narrazione fra Verona e il Vicentino, a cura di Gianni Moriani). Questo dramma per molti aspetti anomalo – avverte infatti Perosa nel suo commento – non delinea un’idea dell’amore come puro e astratto sentimento. Molto più prosaicamente, è la storia di due adolescenti in preda a una vera e propria tempesta ormonale, desiderosi di un soddisfacimento sessuale continuamente vagheggiato e da un certo punto in poi soddisfatto, del tutto estraneo al lirismo aulico di certe scene (come quella celeberrima al balcone).

La rilettura è diretta quanto inevitabile conseguenza del rigore e della profondità dell’analisi filologica di Perosa (una della massime autorità negli studi di letteratura angloamericana in Italia, professore emerito a Ca’ Foscari), sia sull’originale shakespeariano sia per quanto riguarda la sua scelta di traduttore. Questa versione – frutto di un lavoro durato oltre tre anni – è infatti la prima a restituire la forma poetica dell’originale, che è largamente in versi e spesso in rima. Si parla di un testo che presenta – ne è stato fatto il conto – qualcosa come 187 termini di nuovo conio (neologismi plasmati dal Bardo con il ritmo medio di uno ogni 15 righe di testo o poco più) e quasi altrettanti sofisticati e spesso oggi astrusi giochi di parole. E che nella parte in versi costruisce una musicalità di ritmo e di rima che non può non diventare elemento strutturale di una versione italiana che si avventuri sullo stesso terreno. Perosa ci riesce con acribia metodologica non meno che con libertà di soluzioni e ottiene pregio letterario a partire dalla scienza filologica. Il che certo non è comune.

In particolare, vivace e intrigante è la corrispondenza del linguaggio, anche laddove esso diventa malizioso, allusivo, talvolta esplicito e perfino scurrile. È così che si coglie in pieno l’aspetto sensuale dominante in Giulietta e Romeo (spesso censurato, dall’Ottocento in poi), fra le tirate oscene di Mercuzio, che si prende gioco dell’amico Romeo e del suo vagheggiare certe imprese erotiche e la sfrontata immediatezza di una Giulietta che sogna orgasmi più che sospiri, una ragazzina appena sbocciata, maliziosa abbastanza per decretare al primo incontro che Romeo «bacia da manuale», lasciando intendere chissà quali letture o quali precedenti esperienze.

Questa carica di ammiccante e prosaica carnalità è un filo rosso di tutto il dramma, almeno fino alla catastrofe, e ne determina l’ambiguità di carattere che troppo spesso s’ignora o si trascura. Fino a metà, cioè alla morte di Mercuzio e subito dopo di Tibaldo, Giulietta e Romeo ha il tono e le caratteristiche di una commedia, ridanciana e lasciva. L’irruzione della morte non basta a trasformarla in vera tragedia, perché di essa manca – osserva giustamente Perosa – l’elaborazione interiore dei personaggi rispetto alle loro azioni e alle conseguenze di queste. Resta travolgente lo sfolgorare della giovinezza, con tutte le sue pulsioni e la sua energia insofferente di condizionamenti e freni. Resta lo sgomento di fronte allo spegnersi di tutto questo, per caso, senza un vero perché, che non sia la “cattiva stella” di un amore “segnato dalla morte”. Resta la lingua di Shakespeare, riecheggiata nel sorvegliatissimo italiano di Perosa: oggi come quattro secoli fa racconta l’uomo fra realismo e poesia, rivelando quanto c’è di universale nella vita.