
Il titolo mantiene quello che promette. L’affare Vivaldi (Sellerio, pagg. 288, € 14,00) non è il più recente saggio storico-musicologico sul “prete rosso”. È un romanzo che distende la sua trama lungo quasi due secoli, fitto di personaggi interessanti, illuminati, curiosi, coraggiosi, spregevoli o francamente miserabili, (quasi) tutti realmente esistiti; intessuto di una lunga serie di vicende avventurose, strane, non di rado rocambolesche. Sono le persone e gli eventi che ruotano intorno al monumentale giacimento dei manoscritti inediti di Antonio Vivaldi, conservati alla Biblioteca Nazionale di Torino. Una miniera di musica – centinaia di concerti, decine di composizioni sacre e di opere liriche – che possiamo considerare la parte sommersa dell’iceberg, molto più grande di quella emersa, costituita dalle composizioni che il musicista veneziano pubblicò durante la sua vita (nove raccolte di Concerti e cinque di Sonate).
L’autore è Federico Maria Sardelli, cinquantatreenne livornese che ha tutte le carte in regola dal punto di vista scientifico (direttore d’orchestra e flautista, fa parte del comitato scientifico dell’Istituto italiano Antonio Vivaldi ed è responsabile del Catalogo vivaldiano) ma ha le carte in regola anche – ed è altrettanto importante – come narratore.
Questo romanzo – che lo scorso ottobre si è aggiudicato il Premio Comisso nella sezione narrativa – non si molla finché non lo si è finito. L’autore non inventa (quasi) nulla. Pressoché ogni passaggio dell’avventurosa storia dei manoscritti, pur raccontato con una freschezza e immediatezza davvero accattivanti, si basa sui documenti e sulle più recenti acquisizioni della ricerca musicologia. E dunque si segue il percorso di quelle carte attraverso i personaggi che ne entrarono in contatto o in possesso, tutti dipinti con stile vivido, da romanziere consumato.
Anche gli archivi, come i libri, hanno il loro destino. Quello di Vivaldi ha avuto in sorte di resistere integro fino alla fine dell’Ottocento (era finito nella biblioteca dei conti Durazzo a Genova) e quindi di essere smembrato – per questioni ereditarie – solo in due parti. Una è rimasta a Genova, la seconda ha preso la via del Monferrato.

È dai casi di quest’ultima che prende origine la fase cruciale e conclusiva della vicenda. Il conte Marcello Durazzo decide di lasciare in eredità la sua parte di archivio ai salesiani del collegio San Carlo a Borgo San Martino. Gli è stato assicurato che custodiranno le carte “religiosamente”: in realtà dopo averle trascurate e mal conservate, decidono – e siamo ormai alla metà degli anni Venti del ‘900 – di venderle per finanziare le loro attività. È a questo punto che entrano in scena i due eroi torinesi della storia, il musicologo Alberto Gentili, creatore della prima cattedra di Storia della musica in un’università italiana e il direttore della Biblioteca nazionale, Luigi Torri. Al primo il merito di avere capito il valore di quella musica, al secondo (ma si muovevano d’intesa) l’abilità nel trovare il finanziamento necessario ad assicurare le carte alla sua Biblioteca e dunque alla pubblica proprietà, perché lo Stato fascista, ottusamente, dimostrava di avere il braccino corto e non assicurava il sostegno economico all’operazione. La prima acquisizione va in porto grazie alla sponsorizzazione di un agente di cambio ebreo, Roberto Foà, che intende così onorare la memoria del figlioletto morto, a cui il fondo dev’essere intitolato. Pochi anni e molte traversie e ingegnose ricerche dopo, l’altra metà dell’archivio, scoperta a Genova, si riunisce alla prima. L’operazione avviene nello stesso modo, con il decisivo apporto finanziario questa volta dell’industriale pure di ascendenze ebraiche Filippo Giordano. Anch’egli contribuisce – singolare caso del destino – per onorare la memoria di un figlio morto in tenera età. E così la collezione, finalmente riunita, prende il nome, ora alla storia, di Fondo Foà-Giordano.
Fino a quel momento il regime fascista è stato a guardare. E anche se la grande scoperta storico-musicologica verrà presentata nei primi anni ’30 a Mussolini in persona, cui verrà fatto dono di un violino probabilmente appartenuto a Vivaldi stesso, resterà a guardare per anni, almeno fino al 1938 delle infami leggi razziali. La catastrofe comincia lì: ebrei i finanziatori dell’acquisizione del fondo, ebreo il musicologo che ne ha rivelato l’importanza. Troppo per il duce e i suoi zelanti gerarchi. Mentre Gentili viene brutalmente epurato dall’università di Torino e sarà costretto ad emigrare in Svizzera, inizia l’operazione di appropriazione ideale “del Vivaldi”, compositore “italianissimo”. Vi hanno un ruolo di primo piano il conte Chigi Saracini, che fonda a Siena le Settimane vivaldiane, il compositore Alfredo Casella e perfino il grande poeta americano Ezra Pound, caro al regime, ansioso di far suonare Vivaldi a una sua amica violinista.
Caduto il fascismo, finita la guerra, i lunghi anni della “rinascita vivaldiana” avrebbero reso giustizia a coloro i quali – su tutti – l’hanno resa possibile. Ma questo non è più romanzo, è storia culturale dei nostri tempi.