Oltre la musica

Fattori, il grande misconosciuto

A Padova una splendida mostra antologica chiarisce il valore (ancora oggi non abbastanza considerato) del pittore livornese. Attivo durante l'epoca in cui nasceva l'Impressionismo, elaborò uno stile di straordinaria forza e originalità, che lo pone all'altezza di tante "firme" europee del secondo Ottocento

Da vent’anni, in Italia, l’Impressionismo non cessa di esercitare un richiamo irresistibile su chi va per mostre. È facile prevedere che il prossimo e già largamente pubblicizzato incontro con questo movimento pittorico, la rassegna che Marco Goldin allestirà in quel di Treviso nell’ottobre 2016, sia destinata a un successo da record. Come molte recenti vicende espositive testimoniano, solo pochi, pochissimi altri artisti di tutti i tempi riescono a “tenere il campo” da soli con prospettive di ampio successo, eguagliando il “glamour” del movimento principale della pittura francese nel secondo Ottocento

Fra questi nomi non c’è, ad esempio, quello di El Greco, in questi mesi protagonista di una piccola mostra sofisticata e colta nella stessa Treviso. Ed è peraltro singolare che l’autorevole pool dei curatori, guidati da uno studioso del calibro di Lionello Puppi, non sia riuscito ad evitare di incappare nelle polemiche di stampa sull’autenticità di un paio di (brutti) disegni di Francis Bacon esposti in mostra. Qualcosa del genere era accaduto anche a Goldin, proprio all’inizio della sua parabola, in quella stessa angusta Casa dei Carraresi che rimane pochissimo adatta a un’esposizione: furenti discussioni sull’autenticità di un van Gogh. Allora fu lancio di piatti (figurato) fra addetti ai lavori, clamore a livello nazionale e pubblicità gratuita per la mostra e il suo abile curatore. Oggi è polemicuzza locale che pubblicità non ne farà alcuna, se non in negativo.

Fra i nomi dei big capaci da soli di attirare il grande pubblico non c’è neanche quello di Giovanni Fattori. E si vedrà quale sarà la risposta del pubblico alla vasta mostra padovana dedicata fino al 28 marzo al pittore livornese (di cui peraltro poco si parla, e questo non è un buon segno). Ma ciò non toglie che sia l’evento della stagione espositiva veneta, per vari motivi.

Lo è dal punto di vista scientifico (i curatori sono Francesca Dini, Silvano Mazzocca e Giuliano Matteucci), perché arriva a quasi trent’anni dall’ultima monografica di queste dimensioni (Firenze, 1987) e senza che ci siano clamorose novità comunque pone molti punti fermi interpretativi e cronologici e sottolinea adeguatamente il lato forse ancora meno considerato dell’arte di Fattori, quello delle incisioni.

Lo è perché costituisce un’occasione straordinaria per conoscere a tutto tondo, attraverso una centinaio di opere, talvolta anche di ampie dimensioni, l’arte di un pittore che ha attraversato l’epoca delle grandi correnti europee, il secondo Ottocento, mantenendo un’orgogliosa autonomia di stile e di “intenzione” e raggiungendo risultati che al di là della sua appartenenza al movimento dei “macchiaioli” (troppo semplicisticamente considerati una sorta di via italiana, e per ciò stesso provinciale, alla poetica impressionista sulla resa della luce) ne fanno un interprete di straordinaria efficacia della stagione risorgimentale italiana e della prima fase dell’unità nazionale.

Giovanni Fattori andò a Parigi una sola volta nella sua vita, nella primavera del 1875, quando aveva già 50 anni. Si fermò un mese, ospite di Federico Zandomeneghi, artista veneziano che lì si era stabilito proprio per bere alla fonte il nuovo verbo pittorico, che si stava impetuosamente sviluppando e affermando. Quello era in effetti il decennio propulsivo dell’Impressionismo, non poteva esserci momento più propizio per sciacquare i metaforici panni pittorici nella Senna. Fattori però rimase indifferente, in qualche caso esprimendo piuttosto una decisa ostilità, come nei confronti di Pissarro e di Monet. Ancora molti anni dopo, avrebbe polemizzato aspramente con un gruppo di allievi dell’Accademia fiorentina, attratti dall’arte del grande francese.

Seguiva la sua strada, Fattori. Archiviata la prima fase della pittura storica e militare, con le grandi tele sulle battaglie delle Guerre d’Indipendenza, stava sempre più affinando il suo stile, si trattasse del ritratto o del paesaggio, nella direzione della sua più vera originalità: l’integrazione della tecnica delle macchie di colore con l’uso di tratti decisi intorno alle figure o agli oggetti. Il risultato è una sorta di “realismo interiore”, una elaborazione dello sguardo posato sulle scene rurali fino a renderle “assolute”. Allo stesso tempo naturalistiche e idealizzate.

Giovanni Fattori: Lo staffato

Proprio dalla metà degli anni ’70 in poi, Fattori sarà in grado anche di tornare ai generi praticati nella giovinezza (quello militare, soprattutto) con una tensione interiore in cui lo spirito patriottico e il solidarismo politico cessano per sempre di essere descrizione, ma diventano testimonianza anche sofferta, interpretazione amareggiata della storia. In quadri come Lo staffato (1879), qui a fianco, ad esempio, la guerra non è più soltanto somma di feroci o gloriosi episodi composti plasticamente, ma tragedia personale, disperazione, destino che porta al nulla. E alcuni straordinari ritratti del “tardo stile”, come quello della terza moglie o della figliastra, sono esempi affascinanti della profondità dello sguardo psicologico dell’artista, con uno stile che non per sbaglio è stato apparentato a quello di Cézanne.

Così, si esce da palazzo Zabarella (nelle cui ampie sale l’esposizione è distesa con allestimento di museale efficacia) chiedendosi che cosa abbia, meno degli impressionisti, Giovanni Fattori, da relegarlo nel limbo dei bravi con poca magia, a margine della grande arte europea del secondo Ottocento. Questa mostra, esemplare biografia attraverso le opere, fa capire che non ha nulla di meno, se non il fatto di essere vissuto per tutta la sua vita in un lembo di terra toscana. Chissà, se ne fosse andato dove batteva il cuore dell’arte e del mercato, forse sarebbe potuto arrivare anche lui vicino alle quotazioni folli che hanno visto un nudo del suo concittadino Amedeo Modigliani (e per un po’ anche suo allievo, vedi caso proprio alla Scuola libera di nudo)  venduto all’asta, pochi giorni fa a New York, per 170 milioni di dollari.

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Pubblicato su Vvox.it