Concerti

Quel Carosello per Sant’Ambrogio

Il concertone emergenziale del 7 dicembre alla Scala, regia di Davide Livermore, si è risolto in una serie di spot della lirica montati in un film lungo tre ore, protagonisti 24 cantanti di primo piano internazionale e il direttore Riccardo Chailly: un mosaico di scene operistiche staccate in onda sulla principale rete Rai all'ora in cui gli anni scorsi si alzava il sipario. Inutili i velleitari inserti recitati

 

La normalizzazione del 7 Dicembre alla Scala è la più recente tappa della lunga marcia dell’opera nel mondo flagellato dal Covid. L’inaugurazione della stagione milanese – da molto tempo un assai gonfiato rituale istituzionale e politico, economico e mondano, mediatico e solo marginalmente culturale – questa volta è stata inevitabilmente giocata in difesa. Operazione riuscita, se non altro nell’obiettivo di limitare i danni ai dati di ascolto: poco più di due milioni e mezzo gli spettatori davanti ai televisori, meno dei quasi tre milioni dell’anno scorso, però non troppo meno. Ma resta il fatto che questa volta l’evento era stato disinnescato fin dal momento in cui un importante focolaio fra le masse artistiche aveva costretto a rinunciare ad allestire – pubblico o non pubblico – l’opera di Sant’Ambrogio, che doveva essere Lucia di Lammermoor di Donizetti.

Il tentativo di salvare il salvabile è stato una corsa in salita: né più né meno quella a cui sono state e sono costrette molte Fondazioni lirico-sinfoniche, fermo restando che altrove, in qualche caso, a fare opera ci si è riusciti. Alla fine, per la prima volta da decenni, forse dalla fine della guerra, la primazia scaligera – con buona pace delle strategie comunicative, largamente velleitarie oltre che abitualmente approssimative – è apparsa un totem malinconicamente scolorito. E lo show lungo tre ore che è passato come sempre sulla principale rete Rai non ha potuto che accodarsi a una schiera già folta nonostante la sua recente costituzione, la Compagnia dello Streaming. Anche la Scala è dunque arrivata, buona ultima, all’ardua sfida del presente: trovare il modo di fare pervenire al pubblico il teatro per musica rinunciando alle storiche modalità correlate agli spazi di tradizione. L’unico elemento potenzialmente propulsivo, dal punto di vista culturale e musicale, di questa fase critica dello spettacolo dal vivo.

A margine, ma la questione è centrale, si può sperare che il non-evento scaligero serva a disinnescare una volta per tutte la narrazione secondo la quale i teatri sono luoghi al sicuro dal virus. Se già era indimostrabile, come solo pochi avevano chiarito, la favola bella diffusa dall’Agis (la Confindustria dello spettacolo) secondo cui durante l’estate su 350 mila spettatori in tutta Italia c’era stato un unico contagiato, ora è inoppugnabile che i teatri musicali siano molto pericolosi per chi ci lavora. Lo dice il numero dei contagiati fra i dipendenti e il fatto che oltre a scardinare tutti i programmi della Scala, una Fondazione importante come l’Arena (a Verona e Milano operano – vedi caso – le istituzioni che insieme raccolgono una quota largamente maggioritaria in Italia degli incassi da biglietteria) si trovi in questo momento paralizzata e impossibilitata a proseguire con i progetti che pure aveva messo a punto. Nel frattempo, vari altri teatri procedono a singhiozzo fra tamponi e quarantene.

Nella fenomenologia dello streaming, nata appena un paio di mesi fa e già ricca di elementi di riflessione (e di qualche buon risultato), lo show scaligero si pone al confine fra innovazione e tradizione. Resta encomiabile lo sforzo di trasformare il genere musicale meno dotato di appeal drammaturgico-musicale, il lungo concerto di “pezzi celebri” di autori vari (prediletto solo dai vociomani duri e puri), in un prodotto in qualche modo “scenico”. Ma per farlo – data l’elefantiasi di un programma che allineava 24 cantanti e si muoveva lungo una trentina di pezzi, sia pure fortunatamente “assemblati” in una dozzina di opere – è stato necessario da un lato rinunciare a qualsiasi ipotesi di simultaneità fra l’evento e la sua visione da remoto e dall’altro procedere con un sofisticato e serrato lavoro di montaggio. Alla fine, l’impressione è stata quella di una lunghissima sequenza di spot della lirica. Un monumentale “Carosello” dell’opera, un mosaico di scene trattate come videoclip anche accattivanti – il regista Davide Livermore sa il fatto suo, i suoi collaboratori di videografica e il suo costumista, altrettanto – per i quali è stato sfruttato abilmente il magazzino scenografie della Scala, a volte facendo coincidere le destinazioni originali e quelle di questi frammenti, a volte decisamente no. Un lavoro più apprezzabile, semmai, laddove prevalgono le originali invenzioni visive virtuali.

In tutto questo, la sala del Piermarini è rimasta quasi sempre uno sfondo inerte e a stento visibile, a parte qualche inquadratura dell’orchestra piazzata su una pedana sopra la platea, mentre i siparietti recitati (fra gli attori convocati, salvabili solo Massimo Popolizio e Laura Marinoni) sono apparsi spesso sconcertanti anche per la scelta dei testi.

Non è mancato il taglio politico: nelle azzardate (storicamente, drammaturgicamente, musicalmente) tesi di Michela Murgia sul ruolo degli ultimi e delle donne nell’opera; e nell’orazione conclusiva dello stesso Livermore, che del resto non ha nascosto nelle interviste la sua intenzione di confezionare uno show “militante” sulla centralità della musica, dell’opera, della cultura nella vita italiana. Affermare questo concetto è sicuramente doveroso, mostrare di credere che sia un dato acquisito un po’ meno, se è vero quello che certifica l’Istat, e cioè che un italiano su tre non sa proprio che farsene, mai, della cultura e delle sue articolate manifestazioni.

In ogni caso, le analogie indicate da Livermore fra il suo show dantescamente intitolato “A riveder le stelle” e il leggendario concerto di riapertura della Scala ricostruita a tempo di record subito dopo la guerra – Toscanini sul podio l’11 maggio 1946 – ci sembrano francamente evanescenti. E comunque, purtroppo per noi, premature: dall’epidemia non siamo per nulla fuori. Prendiamo dunque l’accostamento come un auspicio, l’ennesimo. A Milano non sono stati i primi e non saranno gli ultimi a formularlo.

Foto © Brescia e Amisano / Teatro alla Scala