Cronache

Teatro veneto e cronisti marziani

In una lettera ai dipendenti, il presidente dello Stabile, Giampiero Beltotto, se la prende con i giornalisti "che sarebbe doveroso schiaffeggiare in pubblico", anche se la copertura mediatica è ampia e raramente critica. L'ambizione di riguadagnare la qualifica di "Teatro Nazionale" dietro il frenetico attivismo (istituzionale e artistico), ma la qualità delle produzioni resta un problema non ancora risolto

Nelle bacheche di servizio destinate ai dipendenti dei tre teatri gestiti dallo Stabile del Veneto (il Goldoni di Venezia, il Verdi di Padova e il Del Monaco di Treviso) è comparsa nei giorni scorsi una lettera del presidente. Si tratta di un messaggio con il quale Giampiero Beltotto (chiamando colleghi, chissà perché, i lavoratori dei teatri) rivendica e sottolinea il “nuovo impulso” dato nelle ultime settimane al teatro veneto. E cita i risultati definiti “spettacolari” degli streaming intitolati “Una stagione sul sofà” e la stagione estiva in corso. «Parti di un insieme – scrive – che sta confermando la nostra vitalità e soprattutto la nostra autorevolezza».
Singolare il paragrafo seguente. Nell’attribuire a tutta la squadra e non solo a chi viene citato sui giornali il merito di questi auto-dichiarati successi, il presidente dello Stabile apre una parentesi per osservare retoricamente che «ci sono poi giornalisti che sarebbe doveroso schiaffeggiare in pubblico, chiedendo conto della miseria di cronache marziane». A parte il sogno di un pubblico “redde rationem” sull’informazione a suon di schiaffoni, che potrebbe indicare nostalgie di altri tempi e altri contesti culturali, ma magari è solo una delle provocazioni di cui Beltotto è riconosciuto maestro, la frase sulla “miseria di cronache marziane” sembra indicare una evidente insoddisfazione del presidente dello Stabile per la cosiddetta “copertura” su tutto ciò che riguarda il suo teatro.
Ciascuno commisura le sue reazioni alle sue aspettative, ma sia consentito esprimere stupore. Non sappiamo e non ci interessa sapere se dietro la frase ci sia una frecciata a qualche cronista in particolare. Quel che a noi appare certo, infatti, è che il Teatro Stabile del Veneto gode in questa regione di abbondante e ottima stampa. Sospinte da un ufficio stampa e marketing che non lesina certo nei superlativi assoluti e nelle iperboli (raramente omesse sulle pagine dei quotidiani) le sue iniziative sono sempre largamente annunciate con toni invariabilmente positivi. Del resto, in quest’ambito la successiva verifica sul campo non è (quasi) più argomento giornalistico: recensioni, analisi e opinioni sono, ahinoi, da tempo praticamente scomparse dagli organi di informazione.

Da osservatore che non vive su Marte, ma proprio in questa terra un tempo meravigliosa (e oggi molto meno), il parere di chi scrive è che delle due caratteristiche indicate da Beltotto all’inizio della lettera – vitalità e autorevolezza – sia sicura solo la prima. La seconda il presidente può attribuirsela quanto vuole, ma il discorso sulla qualità delle produzioni – “core business” dello Stabile – è lungi dall’essere incontrovertibile. Non fosse che per la frammentazione indotta dall’ansia di occupazione di una quantità sempre più vasta di “piazze”, che obbliga peraltro a una politica non particolarmente fruttuosa di co-produzioni con compagni di strada di ogni tipo. Per non parlare del discorso sulle scelte di repertorio o di drammaturgia, spesso stucchevolmente appiattite su una rilettura della tradizione veneta, antica o meno, che ha fatto la sua storia e che avrebbe bisogno di un deciso rinnovamento.
Non sembra plausibile che il recente ingresso in forze nella compagine dei soci della maggioranza della Camere di Commercio del Veneto (fuori solo Vicenza a Verona) possa modificare a breve questa tendenza. Né appare certo, come pure Beltotto ha proclamato parlando a fianco del presidente della Regione del Veneto in una recente conferenza stampa veneziana (ampiamente riportata dai giornali), che questo ingresso “ipso facto” determini il ritorno dello Stabile nel novero dei cosiddetti “teatri nazionali”.
La sortita ha chiarito che la perdita di quella qualifica, avvenuta poco più di due anni anni fa, è la vera e ancora insanabile ferita alla quale si cerca di rimediare con un’attività frenetica, ma poco lucida e non abbastanza qualitativa. E difficilmente in grado di attirare l’attenzione di chi a Roma (qui sono in ballo soldi, e non pochi, di origine “romana”) deve valutare la qualità culturale delle proposte. Che conta come le alzate di sipario, gli incassi al botteghino e tutto il resto. Tanto è vero che da quando è avvenuta la bocciatura, nulla si è mosso.
Non da Marte, ma dalla Terraferma Veneta, questo ci sentiamo di osservare. E restiamo in attesa ansiosa (perché lo Stabile è importante) delle mosse utili a correggere questo trend. Sperando lascino da parte ogni vuoto trionfalismo provocatoriamente condito con una plateale insoddisfazione per la “narrazione informativa”.