Concerti

Virtuosismi orchestrali alla russa

L'orchestra del Teatro Olimpico diretta da Alexander Lonquich ha offerto una prova maiuscola nella giovanile prima Sinfonia di Šostakovič, ricca di colori, di scarti ritmici e di tagliente ironia. Nell'insolito programma spazio anche per le Variazioni Sinfoniche di Franck (solista al piano lo stesso Lonquich) e per due pagine verdiane famose, il Preludio da "Traviata" e la Sinfonia dai "Vespri Siciliani"

Abituati come siamo ai programmi molto coesi e “collegati” che Alexander Lonquich è solito proporre ai suoi ascoltatori (sia che sieda da solo al pianoforte, sia che faccia musica da camera o salga sul podio), c’era da restare sorpresi nel leggere la locandina del concerto che lunedì lo ha visto protagonista insieme all’Orchestra del Teatro Olimpico al Comunale di Vicenza. Niente affatto evidenti i punti di contatto fra autori come Verdi, César Franck e Šostakovič. Rappresentati rispettivamente dal Preludio di Traviata e dalla Sinfonia dai Vespri siciliani, dalle Variations symphoniques per pianoforte e orchestra op. 46, dal Concerto per pianoforte op. 102 n. 2 e dalla Sinfonia n. 1 in Fa minore. A meno di non prendere lo spunto da una simile “combinazione” per provare l’eccellente esercizio culturale e mnemonico collegato alla nota teoria dei “sei gradi di separazione”: esiste una sostanziale contiguità o almeno una distanza non esagerata fra personaggi e anche tra fenomeni artistici che sembrano molto lontani.

Una qualche analogia, per dire, l’aveva indicata prima del concerto, durante la breve presentazione tenuta nel Ridotto, lo stesso Lonquich: il rullo di tamburo che apre il quarto movimento della Sinfonia giovanile dell’autore russo e quello che segna il passaggio fra l’introduzione e il tema principale nella Sinfonia dei Vespri. Se è per quello, si poteva dire anche che Verdi e Sostakovic hanno in comune (se così vogliamo) un grandioso personaggio drammatico, la terribile Lady Macbeth, protagonista diretta (da Shakespeare) o “de relato” (da una novella di Leskov) di due capolavori operistici che distano un po’ meno di novant’anni. Ma è pur vero che di quelle grandi partiture nel programma della serata non c’era proprio nulla.

Da un altro punto di vista, invece, il programma aveva una sua “esemplarità” che lo rendeva interessante a prescindere: offriva ai giovani della OTO un banco di prova come pochi multiforme e difficile per le caratteristiche di suono necessarie a rendere queste partiture e per gli exploit virtuosistici richiesti un po’ a tutte le sezioni strumentali. Per dire, il Preludio di Traviata è notoriamente una passeggiata sulla corda senza rete per i violini; la Sinfonia dai Vespri offre ai tromboni una palestra dell’ardimento nella quale il confine fra il pacchiano di maniera e il drammatico autentico è una linea sottilissima; la strabiliante Sinfonia scritta a 19 anni da Sostakovic per il suo diploma di composizione a San Pietroburgo squaderna passi solistici memorabili ancora per gli ottoni ma anche per i legni, fagotti e clarinetti soprattutto. Per non parlare dell’impegno e della vivida presenza delle percussioni e finanche di un pianoforte non concertante ma decisivo nel secondo e nel quarto movimento.

Al confronto, Le Variazioni sinfoniche di Franck sono un’oasi di tranquillità: strumentazione insolitamente chiara per il compositore francese di origine belga del secondo Ottocento e sostanziale impermeabilità fra la parte solistica (che ha una spiccata autonomia) e quella strumentale.

A conti fatti, si può dire che le multiformi sfide di un simile programma siano state tutte vinte da questa orchestra giovanile che ormai si è ritagliata uno spazio di notevole rilievo nell’ambito formativo in Italia. Forse, la resa del Preludio di Traviata è stata quella meno efficace dal punto di vista espressivo, anche se tecnicamente era assai bene stagliata. Non è mai facile dare la dimensione sonora giusta al vero e proprio “lamento” dei violini disegnato da Verdi e del resto è anche vero che il pezzo era il più rischioso per la sua posizione di “apripista” nella serata: un clima emotivo di commozione senza speranza da creare a freddo in tre minuti.

Da lì in poi, il crescendo della resa strumentale è stato costante fino a diventare trascinante nella conclusiva Sinfonia di Šostakovič, che il gesto di Lonquich dal podio ha analizzato scomponendo e ricomponendo il pensiero musicale dell’autore russo con risultato non di rado virtuosistico. Un’esecuzione che ha chiarito come il giovane Šostakovič portasse sul piano musicale varie caratteristiche del Futurismo Russo, che molto gli interessava in quel periodo: ironia spinta fino al sarcasmo, esasperazione timbrica tale da rendere talvolta quasi irriconoscibili le voci strumentali, uso delle dissonanze in chiave espressiva, tensione ritmica incessante. Nella Sinfonia dai Vespri (poi bissata alla fine del concerto, sull’onda di calorosissimi consensi), condotta con tempi progressivamente più svelti e la giusta, forte concitazione drammatica, grande risalto per gli strumentini, agilità sostanziosa per gli archi e alla fine vetrina per i tromboni, disinvolti e soprattutto precisi nella loro difficile fanfara.

Se si aggiunge che la serata ha avuto il plusvalore della classe di Lonquich come pianista, rotondo e ricco di sfumature in Franck e soprattutto ammirevolmente nitido e tagliente nel secondo Concerto di Šostakovič (un pezzo di fine anni Cinquanta nel quale l’irridente vena giovanile appare come stemperata e affidata al ricordo, non senza malinconia), si ha il quadro di una serata pienamente riuscita e di vivo successo. Dopo la prima parte, molti gli applausi anche per il direttore in veste di solista, con bis dedicato al secondo Improvviso di Chopin.

Foto © Angelo Nicoletti – Orchestra del Teatro Olimpico