Concerti

Una Settima capace di emozionare

L'Orchestra del Teatro Olimpico ha inaugurato la stagione '19-'20 sotto la direzione di Andrea Marcon con un denso concerto di sole Sinfonie. Si è passati dal Mozart mondano della "Linz" K. 425 alle forti tensioni espressive del semi-sconosciuto Joseph Martin Kraus, per approdare al grande capolavoro di Beethoven. Esecusioni brillanti e palpitanti, di forte impatto emotivo e di bella qualità nel suono

Nel corso di un lungo viaggio in Europa, compiuto in qualità di “inviato speciale” per la musica del re di Svezia, Joseph Martin Kraus – compositore di nascita tedesca che aveva scelto il paese nordico come seconda patria – si fermò a Vienna per alcuni mesi. Era la primavera del 1783, e in quel periodo ebbe modo di incontrare Gluck e Haydn, colleghi sensibili allo stile “sturmer”, “tempestoso” (cioè drammatico), che gli era particolarmente consono. Kraus si era infatti formato all’università di Gottinga negli anni in cui si affermava da lì in tutta la Germania il movimento dello “Sturm und Drang”, fondamentale antesignano settecentesco del Romanticismo in ambito letterario ma non solo.

In realtà, le maggiori espressioni dello “Sturm und Drang” musicale risalivano al decennio precedente: un significativo gruppo di Sinfonie haydniane, caratterizzate dal frequente ricorso al modo minore in chiave espressiva; alcune tragedie gluckiane per musica, dall’Alceste alle due Ifigenia (in Aulide e in Tauride) scritte per le scene parigine. Erano i riferimenti di Kraus, che giunto nella capitale degli Asburgo scrisse una Sinfonia in Do minore che non si può non considerare un implicito omaggio ai due maestri viennesi. I quali del resto dimostravano molta stima nei confronti del più giovane collega. In tre movimenti – senza il “lezioso” Minuetto – con passaggi armonici particolarmente tesi e incisivi e con una componente drammatica determinata dalle cupe atmosfere espressive e da una tinta nella quale ha un ruolo importante l’insolita presenza nello strumentale di quattro corni, questa composizione rimane oggi una delle pochissime pagine di Kraus che ancora arrivi saltuariamente nei programmi concertistici.

Si tratta di una pagina sinfonica ben costruita, molto immediata sul piano espressivo, per quanto forse un po’ generica negli sviluppi tematici. Così è stata sbalzata dall’Orchestra del Teatro Olimpico nel corso del concerto inaugurale della stagione 2019-20 al teatro Comunale di Vicenza, affidato alla bacchetta di Andrea Marcon. Si è trattato di un’esecuzione che senza abbandonare le coordinate stilistiche di un lavoro come questo, comunque tipico dell’età del Classicismo quanto meno per la nitidezza formale, ha delineato un fraseggio denso di trasalimenti e accentuazioni drammatiche, sempre all’insegna di un colore oscuro ma non uniforme, anzi caratterizzato dagli inquietanti barbagli degli ottoni, che ha trovato nei giovani della OTO protagonisti attentissimi ed efficaci.

La composizione di Kraus era al centro di un rigoglioso programma tutto sinfonico, pensato da un lato per illustrare vari aspetti della scrittura per orchestra nei due ultimi decenni del XVIII secolo e dall’altro per indicare il cambio in questo genere determinato dall’irruzione sulla scena del genio beethoveniano. L’apertura della serata era affidata al Mozart cerimoniale e mondano della Sinfonia in Do maggiore K. 425, la cosiddetta “Linz”, composta nel giro di pochi giorni (nell’autunno di quello stesso 1783) per essere eseguita nel corso di una fastosa Accademia in una sala del palazzo dei conti Thun nella cittadina austriaca a metà strada fra Salisburgo e Vienna. Musica di occasione e di transizione, lungo il percorso creativo che di lì a qualche anno approderà ai quattro ultimi capolavori sinfonici mozartiani; ma anche musica nella quale l’esteriore brillantezza non fa velo ai segni di una ricerca che regala per esempio alle famiglie strumentali dei fiati un protagonismo diverso, non più semplicemente decorativo.

Conclusione con la Settima di Beethoven, capolavoro che fatica ancora oggi a liberarsi dalla interessata definizione di Wagner (“apoteosi della danza”) per essere considerata nella sua essenza: un culmine della musica assoluta, animato da un’incessante e multiforme energia ritmica, ma anche una sorta di portale d’ingresso nell’astrazione del futuro tardo stile, con le sue filosofiche speculazioni contrappuntistiche e le sue trame timbriche e motiviche di assoluta libertà.

Noto in Italia soprattutto per la sua attività nel campo della musica antica (è freschissimo il successo del concorso di canto barocco “Voci Olimpiche” tenutosi al teatro Olimpico), Andrea Marcon si è dimostrato alla testa della OTO direttore di sottigliezza e intelligenza musicale altamente coinvolgenti anche nel repertorio del tardo Settecento e del primo Ottocento.

Mozart è stato condotto con una spigliatezza mai fine a se stessa, cesellato nella forma – con il rigoroso rispetto dei “da capo”, così spesso trascurati nella pratica esecutiva odierna – nitidamente definito nel colore: un’interpretazione estroversa e solare tanto quanto quella della Settima è stata concentrata e profonda. Marcon ha sottolineato la forza cinetica di questo Beethoven, messa in evidenza dalla scelta di tempi agili, anche irruenti ma sempre ben controllati, e ha però anche dipanato con lucida evidenza la complessità delle linee strumentali che costituiscono la grande architettura di questa Sinfonia. Ne è uscita un’esecuzione di immediato impatto emotivo in virtù dell’eloquenza di un suono che è apparso naturalmente beethoveniano, ricco di sfumature dinamiche e di colore, solo nel travolgente finale in qualche passaggio non del tutto controllato. E ogni sezione dell’Orchestra del Teatro Olimpico ha dato prova, sollecitata dal gesto esuberante e “parlante” di Marcon, di una significativa qualità strumentale, fatta di precisione, compattezza, duttilità complessiva ed equilibrio fra le parti.

Pubblico numeroso, anche se il teatro non era esaurito; accoglienze di vivo e caloroso apprezzamento.

Foto © Angelo Nicoletti – Società del Quartetto