Opera

Gli squisiti “pasticcini” di Massenet

A vent'anni di distanza dall'ultima apparizione, la Fenice ripropone il "Werther", opera in cui la tagliente tragedia esistenziale di Goethe si trasforma in dramma passionale borghese, intessuto peraltro di un'eleganza lirica di fattura spesso raffinata. Spettacolo intimista e piuttosto statico firmato da Rosetta Cucchi. Nel cast, il tenore Jean-François Borras, chiamato all'ultimissimo momento per sopperire alla défaillance del cantante in locandina, si dimostra un abile specialista del ruolo. Come Charlotte, il mezzosoprano Sonia Ganassi trova gli accenti migliori quando il dramma trova il culmine e l'epilogo, negli ultimi due atti. Bella prova dell'orchestra della Fenice, diretta da Guillaume Tourniaire

C’è un momento, nel terzo atto del Werther di Massenet, in cui il clima zuccheroso di questo “Goethe ridotto a piattini e pasticcini” (lo diceva Giulio Confalonieri, in seguito impagabilmente chiosato da Mario Bortolotto: vero, ma l’autorevolezza è quella di un “pasticciere d’alto bordo”) subisce all’improvviso una trasformazione, conseguenza di uno scarto espressivo. Non che cambi il clima, beninteso, ma in certo modo si sposta l’orizzonte, la sensibilità muta. Il momento è la celebre “Air des larmes” di Charlotte, che sta al centro  di quella che in epoche precedenti si sarebbe chiamata “gran scena” della primadonna. Il sax alto obbligato che in orchestra accompagna e puntualizza l’effusione della fanciulla, nel momento in cui sciogliendosi in lacrime ammette con se stessa di avere sempre amato Werther, va oltre l’intimità sentimentale o francamente sensuale alla quale questo strumento storicamente sembra condannato, dentro e fuori dall’ambito jazz. Delinea invece una complessità psicologica che è scenario post-romantico, già decadente. Le volute dello strumento non si limitano a tratteggiare – punteggiando una linea vocale che non segna invece particolari deviazioni espressive – il “qui e ora” del dramma interiore della protagonista; ne annunciano il tragico “dopo”, affermano una teatralissima apparizione del senso della privazione. In quel sax ci sono la sensualità ma anche la sua perdita: uno struggimento psicologico che forse non è azzardato definire un vero e proprio colpo di teatro, affermato prima di tutto in termini puramente strumentali.

Una simile sottigliezza drammaturgica fa capire la complessità musicale, stilistica e in senso lato culturale di questo lavoro controverso (1892), che a tutt’oggi vede gli storici e i critici schierati su posizioni molto diverse, fra ironia su un sentimentalismo lontanissimo dalla fonte letteraria (I dolori del giovane Werther, 1774) e analisi molto sottili e approfondite che giungono alla conclusione sia quest’opera il capolavoro del suo autore e uno dei maggiori titoli dell’opera francese in generale.

Probabilmente la verità sta nel mezzo. È innegabile che Massenet, specialmente nei primi due atti, giochi stucchevolmente la carta di un lirismo artefatto, ammiccante e sovraccarico, sia pure con sovrana maestria. Ma nel terzo e quarto atto, quando finalmente dalle schermaglie (più o meno cariche di inquietudini e deliqui) si passa alla catastrofe, cresce il numero delle invenzioni che lasciano qualche segno, al netto del pezzo favorito di tutti i tenori, “Pourquoi me reveiller, ô souffle du printemps?”. Di queste invenzioni fa parte anche la magnifica pagina orchestrale che “cuce” il passaggio fra le due parti. Inopinatamente, rispetto a quanto ammannito nella prima metà dell’opera, la turgida dimensione sinfonica della scrittura strumentale, che insieme all’evidenza dei “ritorni tematici” disseminati lungo l’opera ha fatto parlare molti di “wagnerismo alla francese” (il che suona un po’ come un ossimoro) assume un ruolo drammatico di stringente congruità. E alla luce di questo “colpo di reni” musicale e drammatico, si può considerare più accettabile il pervasivo sentimentalismo, “il tono del molliccio sensibile che inferociva Verdi” (sempre Bortolotto), che infesta il primo e il secondo atto.

Al ritorno sulla scena della Fenice dopo un’assenza di una ventina d’anni (l’ultima volta si era nel tendone al Tronchetto, in attesa della ricostruzione; per un ulteriore precedente bisogna risalire al remoto 1965), Werther è stato proposto nell’allestimento firmato per il Comunale di Bologna da Rosetta Cucchi, con scene di Tiziano Santi, costumi di Claudia Pernigotti e luci di Daniele Naldi. Si tratta di una rilettura intimista, tutto sommato essenziale, che gioca dentro una dimensione casalinga anche nel mostrarci la “proiezione” dei pensieri e delle illusioni di Werther, quelle di una felice e lunga vita coniugale con l’amata Charlotte. Qualcosa che appartiene a Massenet, volendo, non certo a Goethe. Ma dato il carattere dell’opera, giusto così. Spettacolo statico, anche (il protagonista se ne sta spesso in poltrona, da un lato, a guardare gli altri espletare la loro un po’ patetica vita sociale), che nella prima parte aggiunge zucchero al miele di Massenet ma cambia passo con il cambiare passo dell’opera e mostra le cose migliori nella seconda parte, quando il dramma arriva al culmine e precipita in spazi vuoti e oscuri.

La staticità, che non va mai bene, è stata se non altro utile all’emergenza che si è creata nel cast alla vigilia. All’improvviso forfait del tenore Piero Pretti si è infatti rimediato in extremis, quasi letteralmente paracadutando sulla Fenice Jean-François Borras, che senza una prova ha dovuto in fretta e furia prendere visione e conoscenza di come andavano le cose in scena, e anche di come andavano rispetto a quanto faceva e disponeva dal podio il direttore Guillaume Tourniaire. Date le circostanze, da questi punti di vista se l’è cavata dignitosamente (e soprattutto sul versante musicale, non era facile). Borras è uno specialista del ruolo di Werther e bene lo si è colto nella qualità della sua interpretazione vocale: fraseggio ricco di sfumature fra eleganza e intensità, musicale attenzione alla parola con impeccabile pronuncia nella madrelingua, duttilità ed equilibrio timbrico in tutte le zone della tessitura, fino a un “Pourquoi me reveiller” di grande tensione emotiva che gli ha guadagnato l’unico applauso a scena aperta della prima. In quest’opera di due personaggi e mezzo (il secondo è Charlotte, il mezzo personaggio è Sophie, sua sorella), Sonia Ganassi è andata in crescendo interpretativo e musicale. La sua “gran scena” al terzo atto si è fatta apprezzare per consapevole musicalità e sostanziale tenuta vocale, e nella lunga scena della morte di Werther il mezzosoprano emiliano ha fatto valere un convincente equilibrio fra lirismo e drammaticità, con buona qualità di colore. Più generica la sua prova nei primi due atti, anche per una presenza scenica non del tutto convincente.

Frizzante e bamboleggiante Sophie – così la vuole Massenet – è stata Pauline Rouillard, mentre Albert, prima fidanzato e poi marito di Charlotte, è risultato nella voce di Simon Schorr piuttosto piatto e opaco. Discreti gli altri comprimari,  fra cui vale la pena di citare Armando Gabba (Le Bailli)e William Corrò (Johann). Il coro di voci bianche era il Kolbe Children’s Choir istruito da Alessandro Toffolo, efficace musicalmente e disinvolto scenicamente. Dal podio, Tourniaire ha privilegiato una lettura alquanto tesa della partitura, più propensa al dramma che al lirismo, spesso irruente e sempre molto chiaroscurale, che talvolta non ha colto al meglio le raffinatezze della scrittura strumentale di Massenet, ma ha dato risalto all’ottima disposizione dell’orchestra della Fenice, che ha suonato assai bene.

Teatro al completo, molti applausi per tutti, specie per Borras e Ganassi.

Foto © Michele Crosera