Opera

Cenerentola, belcanto e favola buffa

Il capolavoro di Rossini in scena con vivo successo alla sala Da Ponte di Bassano nella nuova produzione di Operaestate Festival in collaborazione con il Comune di Padova. Godibile lo spettacolo firmato per regia, scene e costumi da Paolo Giani, brillante e precisa la direzione di Ferdinando Sulla. Compagnia vocale giovane e di buon livello, con i buffi Biagio Pizzuti e Marco Filippo Romano e soprattutto la protagonista Raffaella Lupinacci in bella evidenza sia tecnicamente che stilisticamente

Nato con la lirica in anni ormai lontani, il festival Operaestate non tradisce il suo Dna quando ritorna alle origini. Lo dimostra la felice riuscita complessiva della Cenerentola presentata alla Sala Da Ponte, una coproduzione con Padova che approderà per due serate a fine anno sul palcoscenico del Teatro Verdi e che ha suggellato con pieno successo l’edizione 2018 della rassegna bassanese. In 38 anni il capolavoro di Rossini – caso molto particolare nel quale il genere comico si incarna in una favola, anche per questo delineando una dimensione belcantistica particolarmente affascinante – era stato affrontato a Bassano solo un’altra volta, nel Duemila. Prudenza saggia, non solo e non tanto perché tiene conto del fatto che quest’opera ha probabilmente (ma ingiustamente) minore “appeal” nei confronti di un pubblico che si crede tropo spesso desideroso solo di Rigoletti, Lucie, Trovatori e Cavallerie. Ma perché mettere in scena La Cenerentola è sempre una sfida complessa: servono almeno cinque cantanti capaci di rispondere alle richieste di una partitura che non fa sconti a nessuno, un’orchestra duttile e nitida, un direttore che sappia fare interagire brillantezza ed energia con una vena melanconica che serpeggia spesso. E se c’è un regista che sa il fatto suo, e sa come mediare fra la propria personale inventiva e le caratteristiche drammaturgiche dell’opera, tanto meglio.

La responsabilità integrale dello spettacolo bassanese era di Paolo Giani, che firma non solo la regia, ma anche le scene, i costumi, le luci. L’impianto generale è favolistico, con elementi scenici (sedie, tavoli, letto…) giganteschi e decorati in stile settecentesco, a inquadrare la vicenda come una sorta di racconto per bambini catapultati nel mondo degli adulti, una favola fantasiosa che passa anche per ironici teli dipinti sullo sfondo o portati a mano a proscenio, per “indicare”, ad esempio, la carrozza del principe. C’è qualche esagerazione, come la quasi costante presenza in scena di un mimo (la pur brava Linda Zaganiga) che impersona una matrigna nell’opera proprio non prevista. E c’è una singolare ingenuità nel finale, quando il celebre Rondò della primadonna (“Non più mesta”) viene per così dire “smorzato” scenicamente e per certi aspetti anche musicalmente da una insistita controscena con veri bambini che ripercorrono la vicenda portandosi appresso elementi scenici su di loro dimensionati. E si capisce che in questo modo Giani intende chiudere il cerchio della sua lettura dell’opera, ma questo finisce per far passare in secondo piano uno dei momenti vocali culminanti non solo in quest’opera ma si potrebbe dire nell’intero teatro rossiniano.

Al netto di queste considerazioni, lo spettacolo è spesso godibile, indovinato dal punto di vista dell’azione in scena, brillante e mai farsesco, dinamico anche grazie a un accorto utilizzo del coro e di un gruppo di macchinisti che molto si divertono a diventare parte dell’azione, simpatico anche nella ironica tendenza caricaturale dei costumi.

Quanto alla compagnia di canto, con larghissima presenza di giovani, l’impressione generale è quella di un equilibrio che non è frequente neanche su palcoscenici ben più titolati, perché tutti si sono dimostrati musicalmente adeguati e teatralmente coinvolti al meglio. Del resto, è difficile trovare in quest’opera parti veramente “di fianco”. Non lo sono nemmeno quelle delle due sorellastre, qui Irina Ioana Baiant (Clorinda) e Alice Marini (Tisbe), che sfoderano la verve necessaria a renderle plausibili, cantando in scioltezza senza esitazioni sull’acuto e senza incertezze nei concertati, delineando il grottesco dei personaggi senza calcare troppo la mano ma con piena adesione all’idea rossiniana.

Nei panni di Alidoro, che entra nella storia come finto mendicante e ben presto si trasforma in un saggio abbigliato come gli iniziati del Flauto magico mozartiano, il basso Filippo Polinelli si è dimostrato non solo capace di un fraseggio sapido e ben timbrato, ma anche dell’agilità necessaria a risolvere in positivo l’ardua Aria “La del ciel nell’arcano profondo”.

Analogamente, sensibilità musicale, qualità di colore vocale, duttilità espressiva e agilità hanno dimostrato entrambi i buffi, Biagio Pizzuti (Dandini) e Marco Filippo Romano (Don Magnifico), che si sono mossi peraltro con grande efficacia teatrale, riuscendo in ciò che non molto spesso s’incontra nelle esecuzioni delle opere buffe rossiniane, la fusione espressiva fra azione e vocalità, tale da rendere ciascuna, reciprocamente, la conseguenza dell’altra.

Infine, se il tenore Diego Godoy si è dimostrato promettente ma ancora acerbo Don Ramiro, stilisticamente sulla buona strada, con un timbro interessante e uno squillo facile ma bisognoso di irrobustirsi e diventare più preciso, la trionfatrice della serata è stata il giovane mezzosoprano Raffaella Lupinacci nel ruolo del titolo. La sua voce è già matura nei centri e nella zona acuta della tessitura (ancora un po’ leggera, forse, la zona grave), il timbro è seducente nelle sue sfumature ambrate, molto appropriato espressivamente e stilisticamente. L’agilità è dominata con sicurezza e quindi i frequenti passaggi di coloratura non risultano mero esercizio virtuosistico, ma hanno una chiara e accattivante impronta interpretativa.

Sul podio c’era un altro giovane, Ferdinando Sulla, che ha sorpreso per la chiarezza di idee e l’efficacia nel concretizzarle musicalmente, grazie anche a un’Orchestra di Padova e del Veneto impeccabile nel dare risalto alla ricchezza di colori strumentali della partitura. La sua Cenerentola è risultata brillante senza essere superficiale, animata dall’energia dell’irresistibile meccanismo teatrale in corsa verso il lieto fine, ma capace anche delle riflessioni patetiche che intarsiano il capolavoro, grazie a una notevole duttilità di fraseggio e una scelta di tempi sempre indovinata. Misurato, appropriato il Coro Lirico Veneto istruito da Stefano Lovato.

Platea al completo nella Sala Da Ponte, ennesimo ripiego logistico per un festival che non ha spazi adeguati al chiuso – leggi: un vero teatro – rispetto alla sua capacità e qualità produttiva. Grandi applausi per tutti.

Foto © Giancarlo Ceccon