Opera

Vivaldi, l’apotesi del teatro barocco

"Orlando furioso" ha avuto al Malibran la sua prima veneziana in tempi moderni, 40 anni dopo la riesumazione avvenuta al Filarmonico di Verona. Lo spettacolo di Fabio Ceresa è caratterizzato da un'opulenza d'immagini quasi caricaturale, che tuttavia rende bene le caratteristiche di un'opera straripante di fantasia narrativa e di seduzioni musicali. Incisiva ed efficace la direzione di Diego Fasolis, compagnia di canto con specialisti di vaglia e i due contraltisti in particolare evidenza

La prima volta, nella nostra epoca, è riapparso a Verona, teatro Filarmonico, giusto 40 anni fa, auspici la vocazione vivaldiana di Claudio Scimone e il genio vocale di uno dei maggiori cantanti del secondo Novecento, Marilyn Horne. È seguita registrazione discografica: venti giorni di “clausura” a villa Simes di Piazzola sul Brenta, dentro la magica acustica della sala cosiddetta della chitarra. Per chi non si fosse procurato il reperto a suo tempo, ne rimane traccia ancor oggi rinvenibile in digitale, grazie a un disco di “highlights”, 75 minuti di musica in tutto. Mentre su You Tube, con tempismo probabilmente non casuale, da pochi giorni si può vedere/ascoltare, pur con immagini assai tremolanti e suono decisamente inadeguato (ha tutta l’aria di essere un “bootleg”, una registrazione estemporanea), l’intero spettacolo andato in scena in quella primavera del 1978, lodatissimo anche per le invenzioni scenografiche e per la regia di Pier Luigi Pizzi.

Da allora, l’Orlando furioso di Antonio Vivaldi pur senza entrare nel repertorio e nemmeno in una davvero concreta consuetudine esecutiva, ha conquistato comunque il ruolo che gli spetta: quello di un riconosciuto capolavoro in tutti i sensi “esemplare” del teatro musicale, nel passaggio fra la tradizione secentesca e la lunga stagione metastasiana. E lo sviluppo degli studi ha fatto sì che ora, quando riappare sulle scene, quest’opera venga proposta in versioni storicamente avvertite, se non filologicamente puntuali fino in fondo, grazie anche all’edizione critica pubblicata pochi anni fa a cura di Federico Maria Sardelli, studioso e musicista che si può ben considerare oggi una sorta di “gran sacerdote” del vivaldismo internazionale.

Così anche Venezia ha potuto colmare una delle più evidenti fra le sue molte lacune nella restituzione del ricchissimo catalogo operistico vivaldiano: finalmente l’Orlando furioso è tornato in scena nella città che lo tenne a battesimo 290 anni fa, nel 1727 al teatro di Sant’Angelo. E anche questa – in scena al Malibran nell’ambito della stagione della Fenice – è stata quindi una prima rappresentazione in tempi moderni, al di là degli inevitabili tagli in recitativi e qualche Aria, per ricondurre l’esecuzione non oltre le tre ore. Si tratta di una coproduzione con il Festival della Valle d’Itria, già vista nello scorso mese di luglio a Martina Franca: la firma Fabio Ceresa, con l’apporto decisivo dello scenografo Massimo Cecchetto e del costumista Massimo Palella.

Lo spettacolo è affollato, spesso sopra le righe della narrazione, di turgida ricchezza visiva, accattivante nei suoi effetti visivi volutamente barocchi. Sulla scena la tecnologia, se c’è, è accuratamente occultata per lasciare l’evidenza di soluzioni scenografiche di ingegnosa efficacia artigianale. Il gigantesco ippogrifo – con una meravigliosa e mobilissima testa – è spostato qua e la dà due tecnici che camminano reggendo la struttura metallica decorata con il piumaggio del mitico volatile; l’enorme guerriero che appare nel finale – ultima magia di Alcina – è una sorta di “transformer” dell’era barocca, i cui singoli pezzi sono innalzati sopra lunghe pertiche da un manipolo di altri bravissimi tecnici. E basta il fondale nero per un affascinante effetto da teatro di figura.

Colpi di teatro in un contesto volutamente sovraccarico, nel quale la reggia della maga è una sorta di conchiglia che ruotando diventa la superficie butterata della luna, dove andrà a finire il senno di Orlando, mentre a proscenio si affollano elementi archeologici semoventi, che permettono peraltro di differenziare efficacemente i piani di recitazione, sia in altezza che in larghezza. L’insieme costituisce per certi aspetti una caricatura dell’idea stessa di teatro barocco, con il suo gusto per il “maraviglioso”, per i cambi a vista, per la sorpresa. Ma per raccontare l’Orlando furioso vivaldiano funziona a meraviglia: illustra come meglio non si potrebbe l’arcaicità del libretto di Grazio Braccioli, che secondo uso secentesco mescola i generi, dal drammatico al comico al magico e fa strame delle fonti letterarie, mescolando caratteri e situazioni. La storia alla fine si riduce ad essere quella di un incessante incrocio sentimentale ed erotico fra tre coppie; ad essa l’elemento magico aggiunge il pepe del mistero e dei capovolgimenti nelle situazioni.

Con tutto questo, la lussureggiante partitura di Vivaldi non finisce ridotta ad accidente. Anzi, lo stile composito della musica – che trascorre dai moduli ormai affermati dell’opera settecentesca (Arie con il “da capo”) a una linea cantabile meno stilizzata ma non meno drammaticamente efficace (ariosi, recitativi accompagnati) – ne viene in qualche modo esaltato. E la forza dinamica dell’invenzione vivaldiana, così come la sua felicità melodica, emergono in primo piano, plasticamente evidenziate.

Merito anche di Diego Fasolis, che guida gli strumentisti dell’orchestra della Fenice a una prova nitida, fremente, accesa nelle dinamiche, capace di suadenti curvature sentimentali laddove il “moto perpetuo” degli Allegri cede il passo, nel secondo e terzo atto specialmente, a una più articolata gamma espressiva. Il suono è incisivo, non arido, il fraseggio coinvolgente.

Compagnia di canto formata da specialisti di vaglia, per un’esecuzione equilibrata e di pregevole risalto tecnico. Sonia Prina ha dato notevole presenza scenica a Orlando, risultando impeccabile nello stile e nella coloratura nonostante qualche tensione nella zona alta della tessitura (e per contro, una certa “leggerezza” in quella più grave: ma trattasi di parte autenticamente impervia). Lucia Cirillo è stata una Alcina apprezzabile sia per il timbro che per la precisione del fraseggio, mentre Francesca Aspromonte ha disegnato un’Angelica di incisiva forza drammatica come pure di sensuale eleganza. Autorevoli Riccardo Novaro nella parte di Astolfo e Loriana Castellano in quella di Bradamante. Molto bene per qualità timbrica ed eleganza vocale i contraltisti Raffaele Pe (Medoro) e specialmente Carlo Vistoli, che ha dato alla celebre aria con traversiere obbligato di Ruggiero (“Sol da te, mio dolce amore”) la seduzione di analogie coloristiche davvero virtuosistiche fra voce e strumento. Preciso il ristretto coro istruito da Ulisse Trabacchin.

Pubblico folto al Malibran, prodigo di applausi dopo le Arie e alla fine particolarmente festoso. Le repliche iniziano oggi e proseguono a giorni alterni fino al 21 aprile.