Opera

E la Vedova allegra balla il rock

Alla Fenice il popolare capolavoro di Franz Lehár è stato proposto in lingua originale e senza concessioni all'avanspettacolo. La regia di Damiano Michieletto colloca la storia fra anni '50 e '60, la ambienta prima in una banca sul punto di fallire e poi in un dancing, ma rispetta il meccanismo teatrale dell'operetta e ne sottolinea con particolare efficacia la vena malinconica e sentimentale. Compagnia omogenea ed efficace nel recitato come nel cantato, direzione chiaroscurale di Stefano Montanari

Un secolo abbondante di immutabili successi ha fatto della Vedova allegra l’icona popolare e storica dell’operetta. Ma l’ha anche trasformata in una sorta di albero di Natale, anno dopo anno sempre più sovraccarico di decorazioni e addobbi di ogni genere. Fuori di metafora, il perfetto meccanismo teatrale inventato da Franz Lehár ha progressivamente cessato di vedersi riconosciuta la sua autonomia per diventare progressivamente qualcosa di molto simile a un “canovaccio” del teatro all’improvviso, che offre l’occasione di mille variazioni, aggiunte e modifiche. La tendenziale metamorfosi in avanspettacolo, ancorché spesso nelle vesti di allestimenti ambiziosi e rutilanti, tutti champagne e lustrini, “ideologicamente” e spesso pretestuosamente motivati dal tentativo di restituire il clima culturale e sociale che vide la nascita di questa pietra miliare del teatro musicale europeo.

La Vedova allegra ha resistito e continua a resistere. E questo la dice lunga sui suoi valori sostanziali. Poi, capita di assistere a spettacoli come quello che ha debuttato alla Fenice di Venezia, nei giorni del Carnevale, e finalmente si può arrivare vicini a Lehár. Molto più di quanto avvenga in tanti allestimenti che conservano le ambientazioni d’epoca, più o meno polverose e ripetitive. L’idea di Damiano Michieletto è ancora una volta – come (quasi) sempre avviene nelle sue regie – quella di spostare l’epoca e dunque l’ambientazione in un periodo più vicino se non contemporaneo al pubblico di oggi. Qualcosa che abbia un immaginario familiare e non museale. Questa volta, però, essa si abbina alla volontà di scrostare la prassi esecutiva musicale, di risalire alle origini, di ridare nuova luce al gioiello come fu creato a Vienna il 30 dicembre 1905. Non una vera e propria operazione filologica, ma qualcosa di già sufficiente per fare ascoltare una Vedova come mai ci era capitato. E dunque, innanzitutto, rappresentazione in tedesco, la lingua originale, con il supporto dei sovratitoli in italiano. E poi, rispetto per l’equilibrio fra parti recitate e parti cantate. E sottolineatura della complessità timbrica delineata da Lehár, che costituisce un elemento stilistico fondamentale tanto quanto l’esuberante cornice di danze, popolari o meno, la felicità dell’invenzione melodica, la sottigliezza della gamma espressiva, che è lungi dall’essere solo brillante e svela spesso una trama malinconica, di sentimentale disincanto.

Quanto all’ambientazione, Michieletto porta la sua Lustige Witwe (così il titolo originale) a cavallo fra anni Cinquanta e Sessanta. E poiché il denaro della ricca ereditiera è l’elemento portante della vicenda, abolisce ogni aggancio diplomatico e nazionalistico (le sorti economiche dell’immaginario staterello di Pontevedro) e ambienta il tutto – almeno all’inizio – in una banca sull’orlo del fallimento. Così ciascuno fra i veneti presenti in sala (probabilmente non la maggioranza, peraltro) ha potuto fare riferimento, se voleva, alle banche che recentemente, da queste parti, non hanno avuto nemmeno vedove danarose in grado di salvarle.

In realtà, della banca (il tema più comunicato nel marketing dello spettacolo e supinamente accolto dai mezzi di informazione) ci si dimentica dopo il primo atto. I punti di forza dello spettacolo – cui hanno collaborato lo scenografo Paolo Fantin e la costumista Carla Teti, lui forse un po’ frenato in chiave razionalistica, lei di ineccepibile fantasia ed eleganza – vengono dopo. E consistono in un secondo atto ambientato in un dancing, con tanto di complessino per la musica in scena, nel quale il velo della malinconia si diffonde con nitida commozione sopra la brillantezza esteriore di marcette e danze. Mentre le coreografie di Chiara Vecchi portano il tocco di una sorridente e amara ironia, facendo ballare valzer e mazurche come se fossero rock lenti, twist e boogie-woogie. E in un terzo atto nel quale il conforto delle donnine di Chez Maxim’s per il conte Danilo non sono altro che un suo sogno, in ufficio, prima che al risveglio egli veda compiersi un altro sogno, quello dell’amore realizzato, oltre ogni questione di soldi, per la vedova Hanna Glawari. Il tutto senza aggiunte musicali, senza banalità di can-can estranei alla partitura (il saccheggiato qui è quasi sempre Offenbach), come invariabilmente accade nella vulgata esecutiva.

Diretta musicalmente da uno specialista della musica antica come Stefano Montanari, la Vedova veneziana si segnala per brillantezza e duttilità di tempi e di espressione. Il brillante e il patetico sono entrambi valorizzati come dev’essere; i colori sono nitidi, il fraseggio respira senza che i “ritardando” e gli “accelerando” risultino di maniera. La compagnia di canto è tutta di madre lingua tedesca ed esprime in generale capacità attoriali che i cantanti italiani raramente dimostrano. Le parti recitate risultano così convincenti, tanto più perché essenziali, non gonfiate artificialmente come avviene in tante esecuzioni. Domina il conte Danilo di Christoph Pohl: bel timbro baritonale, linea di canto elegante e ironica, ottima presenza scenica. La vedova è Nadja Mchantaf, che non si nega le escursioni sull’acuto, a volte con precisione e nitidezza, altre meno, ma in generale si muove e canta con la giusta nonchalance e il colore vocale giusto. Efficace il Rossillon del tenore Konstantin Lee, ben affiancato dalla Valencienne di Adriana Ferfecka, che si guarda da ogni inutile smanceria e per questo si merita un particolare apprezzamento. Franz Hawlata è un barone Zeta di ottima presenza scenica, non sempre convincente nei passaggi cantati della sua parte. Quanto a Njegus, il ruolo attoriale che nelle esecuzioni tradizionali sempre deborda in chiave cabarettistica, qui è affidato a Karl-Heinz Macek, che parla poco e soprattutto non fa battute cretine. Michieletto gli affida un ruolo quasi di “mago” che fa procedere l’azione, una presenza frequente ma non invadente, perfettamente equilibrata.

Il pubblico ha dimostrato di apprezzare. Alla fine, grandi applausi per tutti, compresi i realizzatori dello spettacolo.

Foto © Michele Crosera