Concerti

Un cembalo per il Mozart sinfonico

Sotto la guida del violinista Enrico Onofri, specialista della prassi esecutiva, l'Orchestra del Teatro Olimpico propone la K. 543 in una versione "passatista" che per molti aspetti contraddice le invenzioni strumentali e timbriche del salisburghese nei suoi ultimi anni. Nitida l'esecuzione del Concerto per violino in Sol maggiore di Haydn e della Sinfonia in La maggiore di Giovanni Battista Sammartini

Mozart ragazzino e Mozart dopo i 30 anni. E poi Giovanni Battista Sammartini, che un po’ stancamente le storie della musica etichettano come il “padre della Sinfonia”, anche se ormai è chiaro che questa forma ha una paternità “multipla”, se così si può dire, e molti sono gli antesignani e i precursori dell’aurea stagione chiamata Classicismo Viennese. E infine anche Joseph Haydn, della suddetta stagione gran protagonista, ma visto in questo caso nella prospettiva da lui meno coltivata dello stile concertante.

Il terzo concerto nell’annata dell’Orchestra del Teatro Olimpico si presentava con un programma elegante e tutto sommato coerente con i precedenti appuntamenti, specialmente con quello inaugurale, che aveva proposto pagine decisive dell’ultimo Mozart, compresa la Sinfonia in Do maggiore, K. 551. Questa volta, però, sul podio non è salito Alexander Lonquich, il direttore stabile della formazione giovanile vicentina, ma un protagonista degli ultimi trent’anni di “prassi esecutiva” come il violinista Enrico Onofri, nel cui curriculum di alto livello sfilano i nomi di gruppi e musicisti che hanno fatto la storia recente della filologia applicata alle esecuzioni nel tentativo di ricostruire il suono e – appunto – la prassi con cui le musiche antiche venivano eseguite all’epoca in cui nascevano.

Dato che la Oto non suona con “strumenti originali” (o copie di essi), era chiaro fin dall’inizio che la serata sarebbe stata piuttosto all’insegna del “filologicamente avvertito”, espressione con cui si riassume il senso di una mediazione interpretativa che sempre più spesso ha preso piede negli ultimi tempi, delineando una tendenza apprezzabile e largamente condivisa. Chiaro poi che per i giovani della Oto anche questa è stata un’esperienza formativa, tanto più significativa quanto più distanti sono risultate le letture nelle quali sono stati impegnati a inizio stagione per la Sinfonia K. 551 e l’altra sera per la Sinfonia K. 543, che precede la consorella di poco più di un mese, tra fine giugno e inizio agosto del 1788.

L’elemento certamente insolito, voluto dal direttore Onofri, è stato il clavicembalo, che ha fatto in sostanza da trait-d’union timbrico e musicale con la prima parte della serata, nella quale aveva pieno diritto di cittadinanza da un punto di vista storico esecutivo. Sono state eseguite infatti la mozartiana Sinfonia K. 74, scritta a Milano nel 1770 e probabilmente destinata a fungere da Ouverture per l’opera Mitridate re di Ponto e una delle numerose e mai banali Sinfonie del milanese Sammartini, quella in La maggiore.

Quelli erano anni in cui il cembalo era elemento fondante della timbrica orchestrale nel suo ruolo di sostegno per la linea del basso, ma erano anche gli anni in cui Joseph Haydn cominciava a sbarazzarsene nelle sue Sinfonie, per puntare a una timbrica più complessa e sfaccettata. La stessa perseguita da Mozart specialmente nelle sue ultime tre Sinfonie. Non sappiamo in base a quali presupposti storico-filologici Onofri abbia scelto non solo di inserire il cembalo anche nell’esecuzione di K. 543, ma di affidargli un ruolo protagonistico (in realtà notevolmente pervasivo) fatto non di semplici accordi a raddoppiare violoncelli e contrabbassi, ma di note ribattute, gruppetti, arpeggi, accenni melodici. Timpani, trombe, clarinetti e… cembalo, insomma. Scelta rara, a giudicare da un discografia nella quale nemmeno i “guru” della prassi esecutiva pensano di utilizzare il clavicembalo per eseguire K. 543. E parliamo di Gardiner e Pinnock, di Bruggen e Jacobs. Scelta che ha finito per dare una tinta molto particolare – vorremo dire fuorviante, ma ovviamente è solo il parere di chi scrive – a questa composizione affascinante. Una tinta “passatista” contraddetta dalla sofisticatezza dei dialoghi fra i fiati, dalla pervasività marziale dei timpani e delle trombe, dalla sottigliezza trasparente e poetica con cui gli archi suddividono le loro parti (e basti pensare al meraviglioso Allegro finale).

Dipanata con tempi mediamente piuttosto sostenuti e con gamma dinamica assai contrastata, la Sinfonia K. 543 ha visto i ragazzi della Oto proporsi in maniera concentrata ed efficace ed è stata salutata alla fine da cordiali applausi, che hanno indotto Onofri a un doppio bis del Minuetto e di parte del Finale.

Nella prima parte, decisamente più equilibrata e plausibile la gamma sonora messa a punto sia nel giovane Mozart che in Sammartini, anche in questo caso con una linea interpretativa accesa di contrasti, dalla ricchezza quasi “teatrale”.

Ha completato la serata – alla fine della prima parte – il Concerto per violino in Sol maggiore di Haydn, che ha visto Enrico Onofri offrire un saggio del suo magistero solistico: perfetto stile (che ha illuminato le ascendenze italiane mediate da gusto “tedesco” del compositore austrico), brillantezza, ricchezza di colore, fraseggio di meditata espressività.

Foto © Angelo Nicoletti