Doppio debutto per un compleanno. Il concerto con cui la Società del Quartetto di Vicenza ha offerto all’Olimpico un’inedita anteprima della stagione non era straordinario solo per l’insolita collocazione nel calendario, ma anche per le sue caratteristiche musicali e per la circostanza che tutti i suoi protagonisti erano nuovi al pubblico vicentino. Non aveva mai suonato a Vicenza – e tanto meno nel teatro di Palladio – l’Orchestra Barocca di Venezia, fondata da Andrea Marcon giusto vent’anni fa e da allora (come ha detto il suo direttore) quasi “costretta” a tradurre il proprio nome in inglese per la circostanza – poco commendevole ma non sorprendente per le vicende musicali di casa nostra – che è quasi esclusivamente impegnata all’estero e all’estero ha trovato affermazione e considerazione. Non aveva mai cantato a Vicenza il mezzosoprano ceco Magdalena Kožená, titolare di una carriera internazionale di alto prestigio specialmente nell’ambito della musica barocca e del Classicismo.

Date le premesse, era inevitabile che il programma della serata fosse orientato in direzione della cosiddetta “prassi esecutiva”: strumenti originali d’epoca o comunque copie di quelli antichi, approccio esecutivo improntato alla filologia, ovvero alla consapevolezza storico-musicale di quali fossero le consuetudini interpretative antiche. Meno scontato era che la serata consistesse in un’affascinante monografia sull’arte strumentale e vocale di Georg Friedrich Händel, illuminandone le caratteristiche di operista fra i maggiori nel secolo del melodramma metastasiano, il Settecento, come pure la sensibilità strumentale che lo portò ad eccellere nell’ambito del Concerto Grosso, in cui si affermò come uno dei maggiori eredi della tradizione inaugurata da Corelli, dopo averne appreso forma e caratteristiche nel corso del giovanile viaggio italiano.
Il versante strumentale della serata ha visto Marcon e la Venice Baroque Orchestra proporre un sintetico florilegio di Concerti Grossi (il secondo dell’op. 3, il primo e il quarto dell’op. 6), completato da un esempio di Ouverture operistica, quella dall’Ariodante. Com’è caratteristico del direttore trevigiano – che con molta disinvoltura ha guidato il gruppo suonando il cembalo in piedi – l’esecuzione ha proposto tempi spigliati, vivaci contrasti nelle dinamiche, accentuazioni delle caratteristiche ritmiche, fraseggio mutevole e sempre elegante: un Händel molto all’italiana, ma con le adeguate sottolineature per il cosmopolitismo stilistico di questo autore, che nei Concerti Grossi ama inserire tempi di danza, quasi a mo’ di suite e una scrittura che nel gioco fra le parti non rinuncia a coinvolgenti complessità contrappuntistiche e a sottolineature timbriche che esaltano il ruolo dei fiati, specie dell’oboe.
Incastonate in questa sontuosa cornice strumentale, le otto Arie operistiche affidate a Magdalena Kožená hanno disegnato una sorta di catalogo dei cosiddetti “affetti”, il principio estetico fondante del belcanto settecentesco. Pescati da capolavori come Giulio Cesare in Egitto e Rinaldo e da titoli di straordinario interesse come la giovanile Agrippina, Alcina e Ariodante, i brani affrontati dal mezzosoprano ceco sono passati attraversi molti ambiti espressivi diversi: dal furore (“L’angue offeso” dal Giulio Cesare, “Venti, turbini” dal Rinaldo) al rimpianto per la bellezza della natura (“Verdi prati”, da Alcina); dal dolore per la perdita dell’amata (“Cara sposa” dal Rinaldo) alla disperazione (“Se pietà di me non senti” dal Giulio Cesare), senza trascurare la singolare introspezione psicologica (“Pensieri, voi mi tormentate”, da Agrippina) e la gioia per un lieto fine conquistato dopo molte peripezie, che prorompe nell’esultante coloratura dell’Aria “Dopo notte atra e funesta” in Ariodante.
Il belcanto non consiste solo di coloratura spinta, di trilli, volate e picchiettati condotti con adamantina precisione, di suprema agilità. La ricchezza dell’espressione negli “affetti” deve passare anche per la linea di canto apparentemente più spoglia, per la qualità del colore, per l’efficacia dell’emissione, per il controllo, per l’ampiezza della gamma dinamica da esaltare nella cosiddetta “messa di voce”. Di tutto questo, Magdalena Kožená, ha una consapevolezza diremmo culturale prima ancora che musicale. La sua partecipazione alla “atmosfera morale” in cui la musica scioglie le passioni (così l’avrebbe definita un secolo più tardi Gioachino Rossini) è integrale e coinvolgente, senza che ci sia bisogno della scena per esplicitarla, senza che la tessitura possa essere un reale impedimento. La sua è di mezzosoprano piuttosto chiaro e incline a svettare, ma nella serata ha affrontato con naturalezza anche brani per contralto (le due Arie dal Rinaldo). Il canto di questa interprete è contraddistinto da una seducente eleganza, che trova sempre il filo rosso dell’invenzione del compositore, sia sul piano del virtuosismo più esteriore (impeccabile l’agilità) sia su quello della commozione più interiorizzata. L’effetto, se così si può dire, è sempre affascinante proprio perché intimamente, sapientemente musicale. E dunque, universale.
Teatro Olimpico al gran completo, grandi applausi e bis nel nome di Vivaldi.
Foto © Angelo Nicoletti