Opera

Rossini va alla guerra (per l’acqua)

Il collettivo catalano "La Fura dels Baus" debutta al Rossini Opera Festival con uno spettacolo aspro, visivamente invadente e non particolarmente seducente, basato su un simbolismo tematico astratto, che evita ogni richiamo all'attualità. Compagnia di canto di livello, con il tenore russo Sergey Romanovsky e il soprano Nino Machaidze in particolare evidenza. Brillante l'orchestra sinfonica Rai, ben guidata da Roberto Abbado

La guerra d’indipendenza greca era in pieno svolgimento nel 1826, quando Rossini debuttava all’Opera di Parigi con Le siège de Corinthe. Il tema era ovviamente storico, riguardando un episodio avvenuto in Grecia in anni di poco successivi alla caduta di Bisanzio per mano degli ottomani (1453), ma il clima “emotivo” era di freschissima attualità proprio per gli echi della coraggiosa e infine vittoriosa lotta di liberazione dal plurisecolare giogo turco, che infiammavano gli spiriti patriottici di tutta Europa. Il soggetto dell’opera non era nuovo, per Rossini. Sei anni prima a Napoli ne aveva tratto un dramma per musica, intitolato Maometto II, che offriva alcune radicali innovazioni, formali non meno che drammaturgiche, nell’ambito del genere “serio”. E forse per questo al lavoro non era arrisa la fortuna che solo la riesumazione al Rossini Opera Festival di Pesaro, avvenuta nel 1985, gli ha restituito (direttore Claudio Scimone, protagonista Cecilia Gasdia).

Una scena de “Le Siège de Corinthe”

Le siège de Corinthe, che è il pezzo forte – e l’unico nuovo allestimento – della rassegna pesarese giunta alla trentottesima edizione, viene talvolta ancora considerato un “rifacimento” per le scene parigine di quell’opera, ma è molto di più, e molto di diverso. Certo, Rossini ha “pescato” ampiamente dalla sua partitura napoletana, ma esiste anche una grande quantità di musica del tutto nuova. E soprattutto è nuovo il taglio drammaturgico, che intorno a un tema politicamente “impegnato” come quello dell’indipendenza (un unicum o quasi, per il prudente compositore) raggiunge il culmine del tragico, nel catalogo operistico rossiniano e quindi nel melodramma dell’epoca. Nel Siège, conflitti privati e pubbliche tragedie si equilibrano in una tensione espressiva omogenea che raggiunge il climax – prima della catastrofe conclusiva e del bagno di sangue che attende gli eroici greci – in un terzo atto di inusitata potenza drammatica e di affascinante qualità musicale (con una partitura quasi tutta originale rispetto all’antecedente). La figlia del capo dei greci, Pamyra, rinuncia definitivamente all’amore sbagliato per Maometto II, e rinuncia alla vita innescando l’ardore patriottico di tutti i suoi concittadini, che affrontano la sconfitta e la morte con un fervore che nella sue connotazioni eroiche e profetiche (nel senso della visionaria certezza di un’immancabile trionfo futuro) sarà l’implicito “schema”, drammaturgico e musicale, di tante opere risorgimentali a seguire, con Verdi naturalmente in prima fila.

Come nel 1826, anche oggi sono molto evidenti i possibili agganci con l’attualità di un tema come quello sviluppato nel Siège – invasione islamica, strenua difesa che oltre i fatti bellici assume il connotato di un fatale confronto e scontro di civiltà. Bisogna quindi dare atto alla Fura dels Baus, chiamata a realizzare lo spettacolo, di avere opportunamente evitato ogni suggestione cronachistica, puntando invece su un simbolismo tematico generale. Nelle fattispecie, quello che viene inscenato sotto le mura di Corinto è l’ultimo atto di una (futuribile) guerra per l’acqua. Le mura della città greca sono rappresentate di centinaia e centinaia di boccioni di plastica vuoti (di quelli per i distributori da ufficio) ordinatamente impilati. E ovviamente destinati a rotolare rumorosamente quando la catastrofe si compie. Il liquido elemento, contenuto in dosi ridotte in ulteriori boccioni, viene trasportato e talvolta – quasi religiosamente – versato da coristi e figuranti, che salgono e scendono dal palcoscenico per aggirarsi di frequente anche in mezzo alla platea, mentre l’apparato d’immagine si affolla di cartelloni luminosi, con immagini di persone trattate fotograficamente e pittoricamente, che salgono e scendono sulla scena e pure vengono portati intorno quasi come icone sacre in processione. Lo spettacolo, firmato per regia e scene da Carlus Padrissa, si vale di brutti costumi in stile guazzabuglio cromatico (le tinte sanguinolente, però, spettano ai carnefici turchi) ed è volutamente aspro, perfino sgradevole, visivamente invadente ma senza particolari colpi di teatro. Scorrono inquietanti e confusi video sul fondale, ma solo nel secondo atto; scorrono angoscianti frammenti di alcuni testi Lord Byron, trascritti in quattro lingue: descrizioni di un mondo che finisce nel buio e nella solitudine, nella violenza e nella morte per fame. Byron in qualche modo c’entra. Nel 1824 cercò la morte eroica fra gli insorti greci a Missolungi (anche se morì di febbri reumatiche) e qualche anno prima aveva pubblicato un racconto intitolato The siège of Corinth. C’entra poco che i testi scorrano a palcoscenico quasi vuoto sulle musica di danza del cosiddetto “Divertissement”, obbligatorio per le consuetudini dell’Opéra di Parigi e a Pesaro recuperate in toto, perché qui si fanno solo edizioni integrali e critiche. Ma anche questo fa parte della voluta invadente asprezza scelta da quelli della Fura. Che curano la cornice senza mettere a fuoco il cuore drammatico, tranne in qualche scena corale, e non consegnano uno spettacolo che possa aspirare a essere considerato memorabile.
Nel solco della tradizione, cioè eccellente, la resa musicale e vocale. Roberto Abbado, ancorché con il braccio destro bloccato per un malanno, scandisce linee espressive eleganti, di nitido neoclassicismo ma anche di forte tensione espressiva, com’è nelle caratteristiche di questa straordinaria partitura. L’orchestra sinfonica nazionale della Rai, new entry del festival, fa il suo dovere con le tinte e la brillantezza giuste. Compagnia di alto livello, come ci si aspetta sempre al Rof: trionfano in particolare il soprano Nino Machaidze, Pamyra, che cesella l’ardua coloratura delineata da Rossini senza mai perdere senso e profondità nella linea di canto, e lo svettante tenore Sergey Romanovsky, che offre l’esempio di come il belcanto possa descrivere la più profonda delle disperazioni. Di grande autorevolezza e di smagliante qualità timbrica il Maometto II di Luca Pisaroni, mentre il capo dei greci Cléomène ha l’accorata forza d’animo del fine fraseggiatore che è John Irvin. Non collaterale il ruolo di Hieros, alle cui profezie il basso Carlo Cigni regala passione e ricchezza espressiva.
Trionfo, come spesso accade al Rof: 10 minuti di applausi entusiastici.