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Polvere di stelle, storie di Arena

"E lucevan le stelle": in ottanta interviste d'epoca a cantanti, registi, direttori d'orchestra, il giornalista Claudio Capitini racconta quattro decenni di rappresentazioni operistiche nell'anfiteatro romano di Verona, fino ai primi anni del nuovo secolo: un mondo irripetibile e ormai tramontato

Si comincia con un direttore d’orchestra (Yuri Ahronovitch) e si finisce con un regista (Piero Zuffi). Effetto dell’ordine alfabetico, naturalmente, ma non senza un significato simbolico. Si tratta di due artisti importanti ed estrosi, in maniera diversa avventurosi nella vita e sul lavoro, capaci di fervide sorprese creative: personaggi che ora non ci sono più e che hanno lasciato un segno non effimero nella storia dell’Arena di Verona come luogo dello spettacolo lirico, nell’epoca che dagli anni Settanta del Novecento si affaccia e si inoltra nel XXI secolo. Prima delle gramaglie della crisi, dell’involuzione, della faticosa ricerca di un nuovo senso e di un rispolverato ruolo.

Fra i due, altri 78 nomi noti (e anche meno noti) disegnano la vasta mappa della memoria e della musica di cui consta il nuovo e denso libro di Claudio Capitini (E lucevan le stelle – l’Arena di Verona raccontata dai protagonisti; Gabrielli Editori, pagg. 503, € 25). Giornalista di lungo corso, fra molte attività anche volto e voce popolari di TeleArena, con la vocazione di narrare le lunghe estati di spettacolo veronesi, Capitini ha lavorato al di qua e al di là della barricata, nel senso che è stato anche capo dell’ufficio stampa dell’Arena quando era ancora Ente lirico (la trasformazione in Fondazione è del 1998), ed è stato per circa un quarantennio l’intervistatore seriale più instancabile del giornalismo italiano, praticamente senza mai staccarsi dal crocevia dell’Arena, che del resto era a sua volta il crocevia dell’opera non solo in Italia. Le sue interviste uscivano sul quotidiano “L’Arena” ed erano un appuntamento atteso dagli appassionati come dagli addetti ai lavori. Potevano essere anche ampie, a dimensione di pagina, ma le domande erano comunque brevi, mai aggressive, quando serviva insistenti e talvolta puntute, comunque in grado di delineare il profilo del personaggio di turno non solo sul piano artistico ma anche su quello umano. Ritratti ancora oggi significativi e in certo modo rivelatori, anche se i contemporanei di qualche decennio fa magari non ci sono più.

Negli 80 medaglioni che compongono il libro – tutti preceduti da un’introduzione aggiornata alla cronaca – sfila la storia del canto e dello spettacolo lirico e prende forma la “microstoria” dell’Arena. La parte del leone la fanno i cantanti, naturalmente. Ed è difficile trovare qualche assenza davvero importante, almeno per quanto riguarda il panorama artistico dell’ultimo quarto del XX secolo (ed escludendo ovviamente le voci che sono state sì importanti, ma inclini a repertori particolari, estranei alla grande tradizione areniana). Ci sono tutti quelli che hanno legato la loro storia all’Arena, e quelli che dell’Arena hanno fatto un trampolino di lancio. E tutti raccontano non solo della musica e dell’anfiteatro, ma anche del loro mondo, della fatica di studiare e di cantare, delle invidie, delle gelosie e dei rancori. Il panorama umano è ampio e vario. Parlando della critica, tema presente in quasi ogni pezzo, ci sono quelli che non risparmiano feroci scudisciate e sembra di vedergli uscire il fumo dal naso e quelli che invece sovranamente passano oltre, e mostrano di non avere il registro dei buoni e dei cattivi. E pazienza se il primo genere, sfogliando il libro, sembra decisamente più numeroso del secondo. Del resto, il mondo dello spettacolo non funziona diversamente dal mondo in generale: tutto è relativo. Capita che su un personaggio cruciale per l’Arena fino ai primi anni ’80, il sovrintendente Carlo Alberto Cappelli, che non a caso aleggia spesso sulle pagine di Capitini, i giudizi degli intervistati passino da un estremo all’altro: da “geniale”, “uno che una stretta di mano valeva come una firma su un contratto”, a campione di “oscurantismo clientelare”. Non c’è da stupirsene, semmai farebbe meraviglia il contrario. Ed è inutile stabilire da che parte sia la ragione.

Sfilano i direttori d’orchestra, compresi Muti, Prêtre e Lorin Maazel. Tutti sedotti, ciascuno a modo suo, dalla magia del monumento. Sfilano i registi e gli scenografi, da Bolchi a Damiani, da Montresor a Patroni Griffi, da Sbragia a Squarzina, a de Bosio, a Zeffirelli. Anche se i loro concetti risalgono magari a venti o trent’anni fa, tutti regalano prospettive ancora degne di considerazione sullo spazio dell’anfiteatro, sulla sua essenza, sul senso stesso di fare spettacolo lì dentro, sul dilemma fra spettacolarità kolossal ed essenzialità.

Non mancano i danzatori e i coreografi, dalla Fracci a Nureyev, da Carbone a Ezralow. Le loro storie sono quelle che oggi risuonano più tristi, visto che il balletto all’Arena non c’è più. Tutto il resto restituisce i bagliori di un’età dell’oro inesorabilmente tramontata. Ma se non altro, sperare che sorga l’alba di una nuova e luminosa stagione non è vietato, anche se forse è vano.