Opera

Una “Cambiale” presa alla lettera

L'operina scritta da un Rossini diciottenne nel 1810 (la sua seconda in assoluto) ha inaugurato le Settimane Musicali al Teatro Olimpico. La regia di Marco Gandini gioca con gli elementi dell'alfabeto componendo e scomponendo parole a vista: riesce così a inserire nell'aulica scena dell'Olimpico questa farsa di argomento tipicamente borghese. Brillante la direzione di Giovanni Battista Rigon alla testa dell'Orchestra di Padova e del Veneto, compagnia di canto giovane e ben assortita

Lettere dell’alfabeto si affollano alla rinfusa sulla scena del teatro Olimpico. Sono in due taglie, modellate in maiuscolo; tutte bianche tranne una, che è anche la più grande, una troneggiante R di colore rosso scarlatto. Alla fine dello spettacolo, sarà l’unica a non essere stata spostata qua e là. Il motivo è ovvio: R per Rossini, l’autore della Cambiale di matrimonio, lo spettacolo operistico inaugurale delle Settimane Musicali al teatro Olimpico, giunte alla ventiseiesima edizione. Tutte le altre lettere vengono variamente maneggiate e mosse dai cantanti. Assemblate, formano parole o piccole frasi rivelatrici, come in una sorta di “Scrabble” (o Scarabeo) nel quale il riferimento è sempre per ciò che accade in scena, per ciò che i personaggi dicono. Ma queste parole-oggetto, non necessariamente articolate, queste didascalie di plastica evidenza materica costituiscono anche arredo, supporto, “arma” da brandire, perfino nascondiglio dietro al quale i personaggi possono cercare di non farsi vedere.

Il basso Paolo Ingrasciotta

Il regista Marco Gandini ha spiegato che il progetto scenico di Andrea Tocchio – luci e video di Virginio Levrio, costumi di Michele Becce – accomunerà nei prossimi anni la proposta nell’ambito delle Settimane Musicali di tutte le cinque farse in un atto scritte da un giovanissimo Rossini e rappresentate al San Moisè di Venezia fra l’autunno del 1810 e il gennaio del 1813. Si vedrà come si svilupperanno le probabili “variazioni sul tema”, ma intanto bisogna sottolineare che l’idea – se la memoria non c’inganna – non ha precedenti. E che alla prima prova è parsa in grado di ottenere l’effetto cercato, ovvero il superamento del condizionamento monumentale dettato dall’aulica scena olimpica. Le farse hanno carattere di commedia borghese sintetica e brillante, anche se non tutte sono ridanciane. Sono opere in miniatura lontane da ogni richiamo alla classicità. Nel caso della “Cambiale”, l’esile storia, ambientata in Inghilterra, riguarda un’originale quanto bizzarra domanda di matrimonio secondo usanze commerciali, visto che i protagonisti qui sono un mercante inglese, la sua figliola (peraltro già dotata di altro moroso) e un suo cliente che arriva dal Canada.

Gandini è regista che frequenta palcoscenici importanti un po’ dovunque, formato al mestiere collaborando con maestri come Zeffirelli, ma per il fatto di essere vicentino sa bene qual è il problema di calare all’interno dello spazio olimpico drammaturgie che gli sono estranee. Con la trovata dei “giochi di lettere”, la sua Cambiale di matrimonio assume un taglio in qualche modo “astratto”, che lascia alla cornice palladiana-scamozziana il suo ruolo di decorazione elegantissima, depotenziandola senza minimamente abusarne. Allo stesso tempo, lo spettacolo ha i tempi, i passaggi e i movimenti di una rappresentazione tradizionale, forse resa un po’ divagante dal continuo affaccendarsi dei personaggi nel costruire parole o frasi di senso compiuto, ovvero nello smantellarle, ma sicuramente efficace quanto serve per mettere in vetrina la mano già accorta di un Rossini diciottenne, ai nastri di partenza della più clamorosa carriera nella storia dell’opera.

Sul podio di un’orchestra di Padova e del Veneto tirata a lucido, impeccabile per precisione e ricchezza di colori specialmente nei fiati, Giovanni Battista Rigon ha confermato di essere interprete rossiniano di vaglia nell’operina “minore” non meno che nei grandi capolavori comici lungamente frequentati. Il fraseggio è frastagliato, ben inciso, di notevoli contrasti dinamici, funzionale a una lettura sorridente e leggera, che rende un buon servizio al nascente gusto rossiniano per il belcantismo come categoria espressiva astratta per quanto fortemente coinvolgente.

Molto giovane e per vari aspetti interessante la compagnia di canto, con interpreti che già conoscono l’Olimpico affiancati ad altri portati al debutto in questa occasione. Una prima volta nel ruolo e nello spazio scenico ha vissuto ad esempio il ventenne soprano vicentino Lara Lagni, che nel ruolo protagonistico di Fannì unisce alla brillante presenza scenica una voce chiara anche se non perfettamente equilibrata nella tendenza a forzare quando la parte svetta sull’acuto, ma dotata di sicura precisione nella coloratura, evidente specie nell’aria “Come tacer, come frenare” in sottofinale. Nell’unico ruolo tenorile, quello dell’amoroso Edoardo, si è disimpegnato con eleganza e discreta misura Yauci Yanes Ortega, mentre i due “buffi” erano Daniele Caputo (Mill) e Paolo Ingrasciotta (Slook), già negli anni scorsi protagonisti all’Olimpico, anche in quest’occasione capaci di misurare la verve comica con la nitidezza della linea di canto e la ricchezza del timbro.

Bene infine anche Diego Savini e Sara Fanin, camerieri di spigliata brillantezza, mandati in scena con i guanti rossi come la R di Rossini. Ma del resto, anche il direttore Rigon sfoggiava una sgargiante camicia rossa, sotto l’elegante giacca alla coreana.

Teatro al completo, pubblico prodigo di molti applausi a scena aperta e alla fine di una standing ovation che non è affatto comune al cospetto della “frons scenae” del teatro progettato da Andrea Palladio.

Foto © Luigi De Frenza