La metafora contenuta nel titolo è trasparente. I venti contro cui cammina Paolo Lanaro nel suo ultimo libro – dal 2014, già il terzo di prosa per l’autore vicentino da tempo apprezzato come poeta – sono lo scorrere del tempo. Tanto più inesorabile nel momento in cui il pensionamento dalla scuola dopo una vita di insegnamento assume tutti i connotati di un rito di passaggio, dell’ingresso in una dimensione nuova e diversa. Dell’inevitabile accorciamento delle prospettive. Una cosa che uno non percepisce, fino a quando non giunge il cambiamento a rimettere in gioco il senso di sé, del mondo e della propria finitezza. Ed è per questo che i venti sono invisibili, anche se non meno avvertibili.

Intitolato con un bellissimo verso (“Contro i venti invisibili”, Cierre edizioni, pagg. 120, €12,50) questo libro è solo parzialmente un “memoir”, protagonista lo stesso Io narrante che nel precedente “Una tazza di polvere” (Cierre edizioni, 2014) aveva scandagliato gli anni difficili della sua adolescenza regalando un singolare romanzo di formazione. Quarant’anni dopo è trascorsa una vita e ne comincia un’altra. Ed è il momento di una ricapitolazione che assume però quasi la forma del diario di un anno. Questa volta, la memoria non è la ricostruzione di un breve e decisivo periodo di vita, ma un elastico che permette di andare avanti e indietro: di risalire fino agli anni dell’infanzia per scattare poi verso un presente fatto di sensazioni minuziosamente annotate ed elaborate come in un “racconto filosofico”; o per fermarsi in epoche intermedie, ripercorrendo a volo d’uccello gli anni dell’insegnamento e il pellegrinaggio fra scuole diverse con l’eterna incertezza se la vocazione e l’ambizione siano insegnare lettere oppure filosofia.
Attraverso le asettiche constatazioni di chi si guarda con distaccato fatalismo, Paolo Lanaro conduce il lettore anche attraverso le pagine di una sua puntigliosa per quanto letteraria “cartella clinica”: dal rischio di non superare una violenta gastroenterite quando aveva pochi mesi su su per le stazioni di una salute durante gli anni dell’infanzia e anche della giovinezza non propriamente solida. Per arrivare all’evento più recente, quello che attraversa i primi mesi dopo la pensione e che funziona da “detonatore” per queste “memorie cliniche”, la necessità di un intervento cardiologico. Su tutto, il balsamo auto-risanatore di un’ironia leggera ma tagliente, peraltro capace di minimizzare il racconto con britannico understatement: «Soffrivo di bronchite cronica. Mi portavano in montagna e mi veniva una tosse secca e stizzosa. Allora mi portavano al mare e mi veniva una tosse molle e catarrosa». Oppure, 50 anni dopo: «Faccio più volte avanti e indietro il corridoio, finche incontro la caposala che ho soprannominato segretamente Bollore, come quella di MASH. Ha una mascella spigolosa e due tette spropositate. Credo che due tette così che veleggiano trionfali in mezzo a dei cardiopatici costituiscano un oggettivo fattore di rischio».
Ma nei suoi dieci capitoli, “Contro i venti invisibili” è molto di più e di diverso di un autoritratto clinico, peraltro nobilitato dalle riflessioni sul rapporto che ciascuno di noi ha con il suo corpo, lungo lo scorrere degli anni. Attraverso una scrittura di miracolosa fluidità, scandita in frasi brevi eppure mai secche, chiare eppure non semplicemente colloquiali, secondo un andamento aforistico che consente a Lanaro di addentrarsi spesso nella speculazione filosofica senza mai darne l’idea, questo libro offre in filigrana il racconto di una formazione intellettuale e professionale. E allo stesso tempo riporta alla luce una Vicenza e un Veneto che non esistono (quasi) più, quelli delle radici contadine (maladensi), quelli dell’impegno e della passione ideologica negli anni Settanta, quelli del riflusso e del lungo e forse vano tentativo di dare un senso alla scuola e al mestiere di insegnare. Il tutto contrappuntato dallo scandaglio filosofico sul senso della vita e soprattutto della morte. E confrontato con la realtà di adesso, così priva di vie d’uscita, almeno in apparenza, eppure sempre ricondotta alla distaccata lucidità di una comprensione intellettuale senza rimpianti. La comprensione diventa acuminata quando nella scrittura irrompe – e non accade di rado – un elemento di vera e propria satira, si tratti della religione o della scuola, della sanità pubblica o della società politica. Oltre la memoria e al di là dell’ironia, in questo sguardo satirico si riassumono le pagelle alla vita e al mondo di Paolo Lanaro.