Opera

Rossini cartoon, vince il belcanto

Al Filarmonico di Verona "Il viaggio a Reims" con le animazioni di Joshua Held e la regia di Pier Francesco Maestrini. Proiezioni ironiche ma anche pretestuose e troppo "cariche" per un'opera nella quale del resto la drammaturgia è evanescente e i valori sono tutti musicali. Direzione senza particolare smalto, cast vocale nell'insieme positivo, in netta crescita nell'arco della rappresentazione

La riesumazione del Viaggio a Reims di Rossini, avvenuta al Festival di Pesaro nel 1984 dopo un silenzio ultracentenario, ha regalato a questa anomala opera d’occasione, scritta per l’incoronazione del re di Francia Carlo X, una fama probabilmente superiore al suo reale valore. Se l’importanza storica della partitura è fuori discussione – si tratta del trait-d’union fra il Rossini italiano e quello francese, vero e proprio “catalogo” della sua vocalità di virtuosismo astratto e sublime – quella prima esecuzione in tempi moderni ha creato una vera e propria mitologia nella quale l’eccezionalità degli interpreti (Abbado, Ronconi, cast vocale stellare) ha finito per prevalere su un giudizio critico più meditato. Che in fondo era già stato formulato fin dall’inizio, a Parigi nel 1825, quando il Journal des débats aveva scritto: «Il viaggio a Reims è un’opera in un atto che dura tre ore e che la mancanza di azione fa parere ancora più lunga di quanto non sia. Sarà facile ridurla di un terzo, per non far pagare troppo caro il piacere di udire i quattro bei pezzi di musica che vi si trovano». Alla bisogna provvide lo stesso Rossini, non tanto riducendo l’originale, che anzi provvide a ritirare, ma espiantandone alcuni pezzi di assoluto valore per “trasferirli” nel Comte Ory, commedia capolavoro del periodo francese.

Una scena de “Il viaggio a Reims” al teatro Filarmonico

Sta di fatto che questa “cantata scenica” si trova oggi se non nel repertorio nelle sue immediate vicinanze, nonostante richieda almeno una decina di interpreti vocali di assoluto livello e una regia in grado di rendere digeribile il fatto che in due ore e mezzo abbondanti (qualche taglio è ormai entrato nell’uso) non accade nulla se non qualche schermaglia amorosa, in tono sempre di commedia. L’unico evento, si fa per dire, capita prima del finale, quando viene acclarato che l’allegra e cosmopolita combriccola riunita all’albergo del Giglio d’Oro di Plombières non potrà raggiungere Reims, per assistere all’incoronazione di Carlo X, perché non si trovano i cavalli. Il che determina il “Gran Pezzo concertato a 14 voci” che è il leggendario culmine musicale della partitura. Segue festa sul posto, con musicali omaggi di tutte le nazionalità al nuovo sovrano, fra ironiche citazioni di inni nazionali e di canzoni tipiche.

A chiusura della stagione operistica invernale della Fondazione Arena, il Viaggio a Reims è approdato per la prima volta al Filarmonico, in un’edizione in collaborazione con i teatro di Lubecca e Kiel, Germania. Il principale motivo di interesse dello spettacolo consisteva nella riproposizione del taglio fumettistico già visto in occasione del Barbiere di Siviglia in scena l’anno scorso, sempre al Filarmonico, con i cartoon di Joshua Held in combinazione con la regia di Pier Francesco Maestrini (e i fumettistici costumi di Alfredo Troisi). Al netto dell’ironia del segno di Held e della vivacità delle animazioni proiettate su un grande schermo al fondo del palcoscenico – efficaci specialmente nei momenti in cui disegni e personaggi in carne ed ossa interagiscono – la riuscita non è stata altrettanto brillante. Il fatto è che nel Barbiere le immagini del disegnatore creavano un contrappunto ironico ed efficace a una commedia di esemplare vivacità drammatica, con personaggi ben stagliati. Nel Viaggio invece, il corredo delle immagini in movimento ha cercato di sopperire alla fragilità di una storia tutta da inventare, per provare a creare una trama che non c’è, a dare spessore a personaggi che sono più che altro “maschere”. Spesso però l’invenzione è parsa pretestuosa, generica, talvolta di gusto un po’ greve negli ammiccamenti erotici. E il corredo video è risultato troppo “carico”, fino a risultare distraente rispetto alla musica.

Sul podio è salito Francesco Ommassini, che ha cercato tempi e colori estroversi e coinvolgenti, ma raramente ha centrato il bersaglio, rimanendo in un fraseggio generico, pulito ma poco incisivo, che non coglieva gli scatti vertiginosi dell’invenzione rossiniana e li riconduceva a una maniera priva di autentico brio. Incomprensibile, poi, la scelta di utilizzare un cembalo sgraziatamente amplificato per i recitativi.

La compagnia di canto, composta da interpreti mediamente tutti giovani, è andata in crescendo di convinzione ed efficacia. Se in qualche caso l’inizio ha messo in evidenza qualche problema, tutti poi hanno trovato la misura e una certa precisione. Svettanti i tenori Xabier Anduaga e Pietro Adaini (Belfiore e Libenskof), dotato di una buona vena cantabile il basso Marko Mimica (Lord Sidney), ironici e vocalmente duttili i due “buffi”, Alessandro Abis e Giovanni Romeo (don Profondo e il barone Trombonok). Fra le donne, in evidenza la Melibea di Raffaella Lupinacci, timbro scuro e agilità ben rodata; positive Marina Monzó e Francesca Sassu nei ruoli sopranili della contessa di Folleville e di Madama Cortese. Infine, elegante e capace di una linea di canto assai espressiva Lucrezia Drei, nel ruolo centrale di Corinna. Meno preciso di altre volte, specie tra le voci femminili, il coro istruito da Vito Lombardi.

Filarmonico affollato (e la notizia è buona), consensi di generosa cordialità per tutti.