Concerti

Cameron Carpenter, Bach in digitale

Al Comunale di Vicenza per il Quartetto l'unico concerto italiano del funambolico organista americano, che si porta dietro il suo monumentale strumento elettronico. Effetti stupefacenti, ma l'atmosfera è fredda, la magia del suono soggetta ai capricci della tecnologia. Può darsi che tutto quel che ci serve sia Bach ( "All you need is Bach" è il titolo del suo ultimo disco), ma non necessariamente suonato da lui

Oltre a riempire della loro monumentale presenza tante chiese, in passato gli organi hanno sempre viaggiato. Almeno fino a quando sono stati ritenuti indispensabili per la pratica musicale. A spalle, a dorso di mulo, sui carri. Organi portativi, positivi, organetti vari. Ridotti nelle dimensioni, talvolta stupefacenti nella resa sonora. Oggi spesso sono conservati come preziose reliquie (lo sono a tutti gli effetti) ma non di rado vengono utilizzati, soprattutto quando si cerca di restituire il suono dell’epoca (Rinascimento, Barocco, primo Classicismo). Certo, la loro “portabilità” determinava inevitabili compromessi. Il primo era ovviamente quello della loro ridotta misura. Allora valeva il concetto “portatile è piccolo”, oggi non vale per tutti, almeno non dappertutto. Per esempio, Cameron Carpenter – organista sulla cresta dell’onda di un divismo da show business che fonde il culto per la musica classica e il gusto pop made in Usa – gira per il mondo con un suo organo “portatile” che ha bisogno di due Tir da 7,5 tonnellate ciascuno per essere trasportato.

Il giovane Carpenter, un ragazzo di 35 anni nato nell’America profonda (viene da quella Pennsylvania che poco più di un mese fa è stata decisiva nello spedire trionfalmente Donald Trump alla Casa Bianca), ha realizzato con questo strabiliante strumento il suo sogno di bambino, quando venne folgorato dalla scoperta della tradizione dei “Theatre Organ” americani, quei rutilanti strumenti che facevano spettacolo da soli e avevano mille risorse sonore all’epoca del cinema muto, in ogni sala dove si proiettava un film da una costa all’altra degli States. Solo che quegli organi (tutti rigorosamente a canne ed elettrici) nessuno si sognava di trasportarli. Una volta costruiti e montati, restavano nel luogo per il quale erano stati progettati. Lui invece con il suo può andarci in tournée, anche se è chiaro che i costi un po’ crescono. E Vicenza, Teatro Comunale, stagione della Società del Quartetto, è stata l’unica piazza italiana in cui Carpenter ha fatto vedere e sentire la sua meraviglia in questo scorcio di fine anno. La consolle ha cinque manuali (tastiere), pedaliera estesa, una selva di pulsanti colorati, versione postmoderna dei comandi dei registri e pesa da sola quasi una tonnellata. Il palcoscenico ospita una decina di box acustici, che emettono luci rosse e blu (i colori della bandiera Usa: che ci sia un significato patriottico?…) e danno all’atmosfera un tocco di Las Vegas. Solo in parte i controlli elettronici sono a proscenio (due “armadietti” irti di lucette verdi). Il grosso, informa il programma, sta dietro le quinte. Insieme agli ingegneri del suono.

Carpenter ha tutte le caratteristiche dell’entertainer, per dirla all’americana. Non si limita a suonare, drappeggiato in abiti molto vistosi (le scarpe di più) – obbligatorio il cambio all’intervallo. Gli piace parlare, spiegare la sua filosofia della musica e dello strumento che la incarna. Lo strumento globale per definizione, quello che può riassumere tutti gli altri. Questa non è farina del sacco di Cameron Carpenter, ma dottrina corrente almeno dalla fine del XIX secolo, affinata con una schiera di grandiosi interpreti anche nel secondo Novecento. Gente come Jean Guillou, oggi ottantaseienne, più volte protagonista fra Schio e Vicenza, anche a Monte Berico. Che non si fermava davanti a nessuna musica, anche grandiosamente sinfonica, e la “riportava” sull’organo con risultati straordinari.

La particolarità dell’americano sta nella sua scelta tecnologica: il suo mirabolante organo è un capolavoro di elettronica che produce musica digitale, campionamenti di altissima sofisticazione. Scelta estrema e singolare, se si pensa che viviamo un’epoca di riflusso, di rifiuto del suono digitale a favore di quello analogico, tale da riportare in auge i vecchi Lp a danno dei Cd. E a Londra per la prima volta c’è stato di recente il controsorpasso nei negozi: venduti più 33 giri.

Nel corso del suo spettacolo, Carpenter ha proposto Bach nella prima parte e una miscellanea di adattamenti-trascrizioni nella seconda, dal Preludio dei Maestri Cantori di Norimberga di Wagner a Stars ad stripes forever di Sousa, il re delle marce all’americana, passando per una Sonata pianistica di Skrjabin. È apparso chiaro che il suo strumento ha potenzialità pressoché infinite e una potenza travolgente, che forse mai è stata liberata pienamente (meglio così). Alcuni timbri sono seducenti, altri solo chiassosi o francamente sgraziati. Altrettanto chiara la sensibilità musicale di Carpenter, che predilige spesso registrazioni antiretoriche e non ama caricare il suono a vanvera, oltre a valersi di un “gioco di gambe” di grande agilità, quasi atletico, che fa del lavoro alla pedaliera forse il versante più accattivante del suo approccio all’organo.

Lavoro duro e anche ingrato, il suo: per quanto sia un miracolo tecnologico, l’organo ascoltato al Comunale raramente ha sciorinato la magia, la seduzione e la forza espressiva combinata con l’ambiente di quelli “veri”. Se poi la tecnologia – o l’inevitabile difficoltà nella messa a punto – ti lascia per strada, come è accaduto nell’attacco della Passacaglia in Do minore di Bach, celeberrimo tema di basso alla pedaliera, che è finito risolto in un gorgoglio, anche il bravo e appassionato Carpenter deve arrendersi. Pienamente d’accordo sul fatto che tutto ciò che ci serve è Bach (All you need is Bach è il titolo beatlesiano del suo ultimo disco), aggiungiamo soltanto: non necessariamente suonato da lui, almeno per il momento

Finale con un paio di improvvisazioni, nella più pura tradizione colta ma con scelte tematiche divaganti e attraenti. Teatro al completo, grandi applausi, ripetuti bis.

Foto © Angelo Nicoletti