Opera

“Attila”, il Verdi minore fa il grande

In scena alla Fenice, dove nacque nel 1846, l'opera è valorizzata dall'ottima compagnia di canto (Roberto Tagliavini nel ruolo del titolo, Vittoria Yeo appassionata Odabella, Stefan Pop brillante Foresto) e dalla energetica direzione di Riccardi Frizza. Non altrettanto significativa la regia di Daniele Abbado, ambientata in una scenografia cupa e opprimente (Gianni Carluccio), con simbolismi a volte oscuri

All’incrocio fra le ristrettezze della lirica, che consigliano allestimenti drasticamente “low cost”, e l’interesse per il Verdi cosiddetto minore, che poi in più di qualche caso tanto minore non è, Attila si trova in una posizione decisamente singolare. A considerare la frequenza delle rappresentazioni, almeno in Veneto, si potrebbe addirittura ritenere quest’opera acquisita al repertorio: dal 2004 a oggi se ne contano due proposte a Venezia (addirittura una successivamente portata in tournée in Giappone) e due al Filarmonico di Verona (2008 e 2013). Eppure, nessuno di questi spettacoli è stato davvero significativo sul piano registico, nessuno si è affermato come una lettura rivelatoria, capace di offrire una chiave interpretativa che permetta di annettere definitivamente al canone verdiano quest’opera. Che resta così confinata nell’anticamera della rivalutazione completa.

È questo il destino anche della presente edizione di Attila, in scena alla Fenice (il teatro dove debuttò nel marzo del 1846) dopo le rappresentazioni al Comunale di Bologna all’inizio dell’anno, frutto di una coproduzione a tre nella quale è impegnato anche il Teatro Massimo di Palermo. La regia è di firma, ma Daniele Abbado non lascia una griffe memorabile. La rappresentazione si astrae dalla cornice storica per costruire un spettacolo di ambientazione cupa e minimale: incombono massicce pareti scure e scrostate, che trasformano in una sorta di incubo postmoderno la decadenza e l’imminente caduta dell’impero romano. Ogni tanto appaiono “segni” narrativi. Alcuni sono immediatamente comprensibili (vele nel prologo ambientato nella laguna veneta, una grande campana nella parte romana della storia), altri restano misteriosi, come i piccoli torsi scultorei che disseminano la scena nella seconda parte dell’opera. I costumi (di Gianni Carluccio, come le scene e le luci) sono del tipo generico attualizzato: profughi con abiti polverosi in stile anni ’50, soldati in tenute che rimandano a eserciti della storia recente; i protagonisti invece sono avvolti nei cosiddetti “stracci storici”, senza particolare scelta di stile o di foggia. Ma bisogna dire che almeno così li si riconosce subito.

In questa cornice spesso opprimente, la brusca e tagliente drammaturgia di Verdi finisce per restare abbandonata a se stessa, quando invece avrebbe bisogno di un congruo supporto. Ormai prossimo a sbucare dagli “anni di galera” alla grandiosa stagione della “trilogia popolare”, il compositore delinea qui una particolare attenzione per la scena come nucleo drammatico, all’interno della quale le arie, i duetti, i cori e i concertati, pur se tagliati secondo tradizione formale, si dispongono con una efficacia espressiva molto interessante proprio per la loro interna concatenazione . Lo si coglie benissimo nella lettura del direttore Riccardo Frizza, che sottolinea le non poche sottigliezze timbriche della scrittura orchestrale (e l’orchestra della Fenice gli risponde al meglio) senza rinunciare a delineare tempi stringenti, spesso concitati ma sempre lucidi. Il fraseggio risulta molto vario e illumina le non poche felici invenzioni melodiche di Verdi. Il lirismo non è assente, in questa interpretazione, ma la cifra principale è quella di un’energia scattante e coinvolgente, che trova il culmine nelle accensioni ritmiche e dinamiche delle cabalette.

La compagnia di canto è equilibrata ad alto livello. Attila ha la voce ben timbrata, forse un po’ chiara ma seducente, e la linea di canto elegante di Roberto Tagliavini, che disegna il ruolo secondo la magnanimità che Verdi non nega affatto a un personaggio che muore assassinato dalla sua promessa sposa con sulle labbra le parole di Giulio Cesare a Bruto. Drammatico e passionale, con notevole agilità e buona tenuta nella zona alta della tessitura, cui spesso è chiamato, si è rivelato il soprano coreano Vittoria Yeo nel ruolo di Odabella, che insegue il condottiero unno dalla laguna veneta a Roma per vendicare, uccidendolo, la morte del padre. Personaggio notevole, questo, nella grande galleria delle psicologie femminili verdiane, reso con efficacia specialmente sul versante drammatico. Squillo notevole e incisiva forza espressiva mette in vetrina il tenore romeno Stefan Pop, Foresto, che sale senza problemi all’acuto e fraseggia con eleganza; lo stesso fa il baritono Julian Kim, tagliente nel ruolo del generale Ezio. Bene anche i comprimari, Antonello Ceron (Uldino) e Mattia Denti (Leone), molto bene il coro istruito da Claudio Marino Moretti, assai impegnato su molteplici versanti espressivi, tutti risolti con omogenea efficacia.

Alla prima, applausi convinti per tutti. Repliche fino al 17 dicembre.

Foto © Michele Crosera