Oltre la musica

Il volto di Palladio, mistero chiarito

Una mostra curata da Guido Beltramini riporta al Cisa di Vicenza il ritratto autentico delll'architetto. Era finito in Russia alla fine dell'Ottocento, quando già gli inglesi proponevano da tempo un'immagine, forse intrigante ma falsa. Tema di sofisticata erudizione, allestimento piuttosto freddo e cerebrale

Con barba o senza? Con barba, da una certa età in poi. Anche se nessuno potrà mai dirci da quando. Con i capelli o senza? Sicuramente senza, il genio era calvo. Ma anche qui, ovviamente, non si parla dell’artista da giovane. A meno di non pensare che la caduta sia stata precoce.

Si apre un’altra mostra al Cisa di Vicenza, riflettori nuovamente su Palladio. L’ultima volta (tralasciando la recente piccola rassegna documentaria dedicata a Vincenzo Scamozzi) si volava al di là dell’Oceano, per vedere la nascita e le avventure del palladianesimo a stelle e strisce. Questa volta si sta sull’uomo, per la precisione sulle sue sembianze. Di architettura non si tratta e non si vede quasi nulla, eccettuati alcuni disegni e naturalmente gli eterni Quattro Libri. Il titolo è chiaro: Andrea Palladio. Il mistero del volto. Ma è anche fuorviante, perché il mistero si è già dissolto.

Parlando ai giornalisti radunati per l’anteprima, Guido Beltramini, curatore della mostra (e direttore del Cisa) ne ha rivendicato la soluzione. A differenza di quanto la raffica di comunicati stampa dei giorni precedenti poteva far credere, delineando un’atmosfera da giallo storico francamente un po’ stucchevole, fin troppo scoperta nella sua intenzione “televisiva”. Diciamo che l’enigma sul vero volto di Palladio è durato a lungo ma può dirsi chiarito. E che rimane la singolarità: l’architetto più famoso della storia per lungo tempo è stato, quanto al suo aspetto, un rebus.

Colpa degli inglesi, soprattutto. Furono loro a imporre, nel Settecento, una fisonomia che poi non è stato semplice smontare come falsa. Un giovanotto dai capelli a boccoli, con la testa fasciata in una specie di turbante, labbra carnose, sguardo un po’ vago. Ma è chiaro che poiché non esisteva un punto di partenza sicuro (Palladio non pubblicò il proprio ritratto-incisione sul frontespizio dei Quattro Libri, com’era d’uso fare in casi del genere all’epoca) la tentazione del falso serpeggiò liberamente lungo i secoli.

L’esposizione, aperta a palazzo Barbaran fin al 4 giugno 2017, offre la testimonianza di questo percorso: ritratti, originali o riprodotti, qualche busto, documenti. I dipinti sono assai pochi, quasi tutti già visti tranne quello che vale la visita: rappresenta un signore severo e concentrato, con una folta barba appena imbiancata in qualche punto, baffi robusti, naso affilato, occhi scuri e sguardo penetrante, fronte marcata, vasta calvizie che lascia appena una coroncina di capelli sulle tempie e sulla nuca. Pittoricamente, niente di che. Ma si tratta del ritratto cinquecentesco, attribuito al veronese Orlando Flacco e citato già dal Vasari, il biografo degli artisti, come l’immagine di Andrea Palladio. Il quadro è rimasto per un secolo e mezzo alla Rotonda, poi ha preso la strada di un palazzo di Vicenza, infine, nel tardo Ottocento, è stato venduto ed è partito per la Russia, dov’è stato alfine rintracciato ed esaminato. Ve lo aveva portato un personaggio che nella narrazione di Beltramini ha il ruolo di co-protagonista della mostra. Si tratta dell’architetto Ivan Zoltovskij, palladiano sfegatato al punto di caldeggiare l’architettura del suo idolo come “stile di Stato” per la Russia con tre dittatori sovietici a distanza di decenni, da Lenin a Stalin e infine a Kruscev.

Beltramini racconta queste storie di dipinti, di fisionomie e di personaggi con la sua brillantezza da consumato quanto colto affabulatore, ma la mostra appare una “fotografia” un po’ fredda di questo romanzo, comunque molto meno comunicativa. E forse era inevitabile. L’allestimento risulta anche cerebrale, nel suo uso insistito di superfici specchianti e taglienti luci a spot. Il che non aiuta a entrare nella sottigliezza erudita del tema. Perché non c’è dubbio che oggi, nell’era dell’immagine, possa essere interessante scoprire il volto di Palladio. Ma è altrettanto vero – senza sconfinare nell’idealismo – che il fenomeno Palladio è nato e si è affermato in tutto il mondo a prescindere dai ritratti falsi (e anche dalle oscurità biografiche, che non mancano). E che si può visitare la Basilica, il Teatro Olimpico e la Rotonda senza che diventi insopprimibile il desiderio di sapere che faccia avesse davvero il demiurgo di tutte queste meraviglie. O magari può bastare la statua nella piazzetta a lui intitolata. Neanche tanto distante dal vero, fra l’altro.

Guido Beltramini sa il fatto suo. Pochi in Italia fanno divulgazione culturale con il suo spessore e la sua efficacia. La storia dei ritratti di Palladio è soggetto da documentario, e magari ci sta pensando. Intanto si gioca la partita della mostra, confortato dal traino garantito dal marchio. Gli studiosi possono già dirsi soddisfatti, il catalogo è fitto di prestigiosi e dotti contributi. Il pubblico dirà.

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