Cronache

Dialetto? Si parla ma non si scrive

Il Consiglio regionale veneto discute e litiga su una proposta di legge che mira a introdurre il bilinguismo. Rispetto alla prima formulazione, spariscono i corsi obbligatori e il patentino. Resta la totale non consapevolezza dei politici sulle caratteristiche culturali e linguistiche delle parlate locali

Da tempo forzosamente annesso alle questioni autonomistiche (se non indipendentiste), il tema della “ufficializzazione” di una lingua veneta è stato al centro dei lavori del consiglio regionale in una tempestosa riunione, che ha visto la maggioranza spaccarsi. Era in discussione una proposta di legge che, se approvata, avrebbe dato il via a uno sghimbescio e molto problematico tentativo di instaurare nel Veneto una qualche forma di bilinguismo. Nelle intenzioni dei promotori, i caldeggiati corsi obbligatori di veneto nelle scuole sarebbero diventati i il grimaldello per i passi successivi: bilinguismo negli uffici pubblici e nei cartelli stradali, posti riservati ai veneti nella pubblica amministrazione, previa verifica identitaria e linguistica. In commissione c’era stata una cospicua maggioranza trasversale, a sostegno della proposta. In aula, la rissa di parole fra Lega e Forza Italia ha condotto al rinvio della votazione. Se ne riparlerà prossimamente, ma a quanto pare la legge è stata disinnescata proprio nei suoi presupposti, e si sono persi per strada sia i corsi scolastici sia il “patentino” di bilinguismo.

È singolare che mentre la politica pretende di farsi interprete della realtà, nel mondo reale anche chi crede fermamente alla lingua veneta, tanto da costruire una versione apposita di Wikipedia (peraltro tutt’ora assai limitata, nonostante sia aperta da 11 anni), non si nasconde le difficoltà della questione. A vent’anni e più dal tentativo (intrapreso dalla Regione) di stabilire una Grafia Veneta Unitaria, secondo i redattori veneti di Wikipedia non esiste infatti ancora una grafia “unica e ufficiale” e la trasmissione esclusivamente orale di questa “parlata” (in senso stretto) fa sì che “non tutti coloro i quali sono capaci di parlarla sono capaci anche di scriverla”, dato che “molte persone usano i caratteri sbagliati e a volte sbagliano anche le parole”.

L’onestà intellettuale dei volontari veneti di Wikipedia, lascia capire che la realizzazione pratica del bilinguismo è tutto meno che facile. Che veneto dovrebbe essere insegnato nelle scuole, se la più aggiornata enciclopedia on line ammette – peraltro in un veneto grottescamente rozzo e approssimativo – che si è molto distanti dalla soluzione di banali ma prioritarie questioni fonetiche? Una lingua per ogni provincia? Chi è veneto lo sa, non basterebbe neanche questo.

Certo una cosa colpisce: nell’ampio e approfondito dibattito giornalistico che ha preceduto l’approdo della questione in consiglio regionale, politici e amministratori, intellettuali e imprenditori, giuristi e insegnanti mai una volta hanno ritenuto utile o necessario rifarsi al rapporto fra i maggiori scrittori di questa regione e il loro dialetto. Nessuno che abbia detto come una volta (ce lo ricordiamo bene), ma forse ancora adesso, a scuola si studiasse un autore che ha scritto molto in veneziano, Carlo Goldoni. Le cui commedie in dialetto continuano a essere largamente rappresentate. E universalmente comprese. Nessuno che abbia citato Gigi Meneghello, l’autore che ha lasciato le riflessioni più lucide e profonde sul rapporto fra dialetto e italiano, facendole diventare letteratura di altissimo livello; o Andrea Zanzotto, intellettuale di sofisticate elaborazioni linguistiche oltre gli angusti confini dei dialetti; o Fernando Bandini, che Zanzotto definì poeta trilingue perché poteva scrivere in italiano, in latino e in dialetto vicentino. Nessuno che si sia chiesto se e come il dialetto di questi grandi possa diventare una stabilizzata e articolata lingua d’uso. Forse perché la risposta è ovvia: non è possibile se non in una dimensione letteraria, psicologica, interiore.

Nessuno, infine, che sia andato a rileggersi il veneto-vicentino Goffredo Parise. Ecco che cosa annotava nel 1970: «Amo il veneto come lingua parlata, cioè come pura fonìa e gioco verbale, la trovo invece ottusa e perfino stupida quando si pretende di scriverla. Diventa vernacolo. Il veneto non si scrive: anche nei casi migliori (Ambasciatori Veneti e Pigafetta) era scritto solo per essere detto. La sublime aristocrazia di questa lingua sta appunto qui: nella sua totale inutilità, nell’assenza di vanità, di retorica, di immortalità, in due parole nel suo apparire flatus vocis». Sublime aristocrazia, totale inutilità. Parise aveva ragione, e il suo ragionamento spiega quello che in realtà si sta cercando di fare in Veneto: annullare il valore del dialetto facendolo diventare una lingua confusa e approssimativa, sradicata dalla sua antica natura, che era e rimane a un tempo popolare ed elitaria.

Oggi molti, come chi scrive, possono professarsi bilingue, e non c’è alcun bisogno di dichiararsi tali a beneficio della serenissima burocrazia. E poi, perché mai perdere tempo per imparare una qualche strampalata, inutile traslitterazione della propria diletta parlata locale? Sarebbe proprio una monada.