Concerti

La civiltà sinfonica britannica

London Symphony Orchestra diretta da Gianadrea Noseda per l'inaugurazione del Settembre dell'Accademia Filarmonica a Verona. Da "La mer" di Debussy alla seconda Sinfonia di Rachmaninov, il rigore formale e l'energia espressiva della bacchetta milanese con un suono che ha pochi rivali

Non era programma dei più allettanti, quello del concerto inaugurale del Settembre dell’Accademia a Verona. Il perché è presto detto: non metteva in vetrina la solita musica, quella che piace proprio a tutti e sicuramente non senza ragione, anche se non si vive di soli Beethoven e Brahms (o Cajkovskij). Ma a suonarlo c’era una delle più famose orchestre del mondo, la London Symphony, e questo bastava a rendere la serata inaugurale una stuzzicante sfida: sarebbero riusciti i londinesi, nell’occasione sotto la bacchetta del loro nuovissimo Direttore Principale Ospite, Gianandrea Noseda, a non far rimpiangere i capolavori sinfonici buoni per tutte le stagioni e tutti i palati, puntando invece su due pagine di inizio Novecento fra loro agli antipodi come “La mer” di Debussy e la seconda Sinfonia di Rachmaninov?

A giudicare dalle accoglienze riservate al concerto dal pubblico che affollava il teatro Filarmonico, sfida vinta. Grandi applausi dopo la prima parte e ovazioni alla fine, insistenti abbastanza per strappare un piccolo bis nel nome di Cajkovskij (quando ci vuole, ci vuole), la del resto deliziosa “Danza Russa” dal balletto Lo schiaccianoci, che resta un capolavoro superbo.

I tre “schizzi sinfonici” del compositore francese hanno il destino, almeno qui da noi, delle opere di fondamentale importanza storica che si assumono in dosi omeopatiche, o poco più. Al Settembre, per dire, dal 2005 a oggi se ne sono avute tre esecuzioni (compresa quella di ieri), non propriamente una frequenza da “greatest hits”. Dopo un’apertura di serata non priva di una ragione storico-estetica, con l’Ouverture dai Maestri Cantori di Norimberga di Wagner (perché l’invadente eredità del tedesco fu sempre per Debussy qualcosa da esorcizzare), “La mer” è risultata avere nell’interpretazione di Noseda, più che in molte altre letture, un rigore decisamente intrigante, capace di illuminare lo sforzo formale di Debussy, che rivisita a modo suo – e rivoluziona – la tradizione del sinfonismo romantico. Certo, poi è stato determinante il virtuosismo strumentale di ogni singola sezione della London Symphony per restituire appieno il sofisticato “flou” sonoro di una partitura che incessantemente “respira” passando da un colorismo sottile, quasi estenuato, ovviamente evocativo (ma tutto sommato ben poco marino) a una pienezza di tinta che – con buona pace del suo autore – non può negare un antecedente proprio nella scrittura strumentale wagneriana.

Un’evidente sforzo di autonomia palesa anche la seconda Sinfonia di Rachmaninov (1907, “La mer” è del 1905), che non può cancellare i riferimenti allo stile romantico tedesco e a Cajkovskij, ma sembra consapevole anche delle complicate strade percorse da Bruckner. I primi due movimenti hanno una certa originalità nello spirito epico che soffia attraverso le lunghe circonvoluzioni della forma (in tutto, si arriva vicini all’ora di durata). Lo sforzo si rivela, ahimè, vano alle prime note del melenso Adagio: un temino sentimentale buono per qualche colonna sonora hollywoodiana (laggiù le vicende della vita porteranno Rachmaninov), nel tipico stile di un Cajkovskij “denaturato” e molto manierato. E così chi si aspetta che alla buona premessa segua una profonda riflessione interiore, si ritrova con un pugno di mosche di sentimentalismo a buon mercato.

Ciò non toglie che Gianandrea Noseda abbia saputo confezionare questa Sinfonia con un’energia e una forza comunicativa davvero coinvolgenti. La London Symphony è macchina sonora oliatissima, che fa dell’equilibrio e della ricchezza timbrica il suo asso nella manica. Con Rachmaninov, in particolare, sugli scudi sono apparsi gli archi: compatti, morbidi, duttili abbastanza per rispondere a ogni sollecitazione espressiva sul piano dinamico, dal quasi inudibile al “fortissimo”, con un tessuto coloristico di assoluto fascino. A loro hanno risposto “legni” di squisita eleganza e poetica qualità timbrica, con i clarinetti in primo piano. E non hanno certo sfigurato gli ottoni, dal suono dorato, sontuosamente ricco eppure sempre controllatissimo. Civiltà sinfonica britannica, con pochi eguali nel mondo.

Foto: Maurizio Brenzoni