Cronache

Lirica Spa, oltre l’Arena il deserto

L'industriale Giuseppe Manni, sostenitore della privatizzazione insieme agli avvocati Lambertini e Maccagnani, vorrebbe limitare l'attività della Fondazione al solo festival estivo per tre anni. Ma non ha le idee molto chiare sul da farsi, visto che propone per nuove iniziative cose che si fanno già da tempo

Concluso il festival estivo e resi noti i numeri della stagione, gli alfieri della privatizzazione della lirica in Arena sono subito tornati in campo. L’industriale Giuseppe Manni  si è mosso per primo: ha atteso solo il tempo necessario a non trovarsi mescolato a commentatori vari, politici e artisti in sorte, per affidare la sua pensosa analisi al Corriere di Verona. Naturalmente corredata da ricetta alternativa e risolutiva, perché neanche lui è stato troppo sedotto dai risultati ottenuti da Fuortes. Il giorno dopo, di rincalzo, è intervenuto l’avvocato Lamberto Lambertini, altro notabile del triumvirato completato dall’avvocato Giovanni Maccagnani. Il “coup de théâtre” inventato da un Manni incurante di superare in corsia di emergenza il commissario straordinario (che a suo dire avrebbe accolto alcune delle sue idee: e saremmo curiosi di sapere quali, lasciando perdere il generico “più qualità meno costi”) è il seguente: per salvare la Fondazione, ci vogliono tre anni senza stagione invernale, solo con il festival estivo in Arena.

Il cambio in corsa è notevole. Eravamo rimasti alla proclamata necessità di chiudere baracca e burattini e di creare un Spa privata, peraltro stranamente simile (nella compagine dei soci) alla Fondazione, ma ora le strategie mutano. Manni e i suoi sodali si sono resi conto che ci penserà la devastante riforma governativa già in viaggio (arrivo entro la prossima estate) a fare piazza pulita, falciando almeno due terzi delle Fondazioni esistenti, Arena inclusa. Visto che il governo si fa carico del grosso del lavoro sporco, ora possono fare un volteggio all’indietro e limitarsi (si fa per dire) a invocare il part-time verticale. Però non di due mesi all’anno, come da accordi per il salvataggio, ma di otto. Problemi per i dipendenti? Ma ci sono gli ammortizzatori sociali! Una bella cassa integrazione a zero ore per otto mesi per tre anni di seguito, paga lo Stato. E pazienza se i cassintegrati fanno fatica ad arrivare a fine mese.

Dopodiché, in tre anni senza stagioni invernali, che cosa ne sarebbe del Fus, il contributo dello Stato, equivalente a 12-13 milioni/anno? Manni non se ne cura, noi temiamo di saperlo:sparirebbe. Quanto al fatto che Verona si troverebbe ridotta a un deserto culturale per due terzi dell’anno, non è problema che il radar del triumvirato possa intercettare, e non stupisce. Fortunatamente, sembra preoccupare in maniera quasi bipartisan la politica locale (Tosi escluso). E meno male.

Consapevole peraltro del fatto che quando si parla di Fondazione Arena bisogna dimostrare qualche cognizione sulla natura artistica del “prodotto” (Verdi, Puccini e compagnia ci perdonino), a parte discettare di sponsor con grande vaghezza, l’imprenditore veronese si esibisce anche in un paio di idee di stupefacente ovvietà. La prima: continuare con la serate-evento alla Bolle, definite una felice trovata introdotta da Fuortes. La seconda: proporre grandi nomi del canto o della direzione d’orchestra, sempre per serate speciali, che attraggono il pubblico e portano quattrini. E qui diventa acuto il sospetto che Manni, ormai lontana l’epoca in cui era nel consiglio della Fondazione, poco o nulla sappia di quel che si è fatto o si pensa di fare in Arena. Per la cronaca, sono anni che Bolle torna ogni estate, nella seconda metà di luglio ed è ragionevole credere che così accadrà anche l’anno prossimo. E ancora, nel 2017 è già in programma un gala con Placido Domingo, altra garanzia di tutto esaurito. Lo riportava L’Arena non più tardi di mercoledì 31 agosto, ma forse Manni si è distratto. Prima che ne attribuisca il merito a Fuortes, ricordiamo che il celebre cantante lirico torna spesso e volentieri per serate speciali sia come direttore che come cantante nell’anfiteatro dove, nell’estate 1969, fece il suo debutto italiano. Nella stagione 2013, per il centenario, è accaduto più volte.

Se queste sono le intuizioni, le ricette o le invenzioni, una lunga pausa di riflessione e un benefico silenzio sarebbero una benedizione. Invece non c’è da illudersi, le chiacchiere e le cortine di fumo continueranno. Il clou in un già annunciato prossimo seminario: visto che le questioni sul tappeto sono di interesse pubblico, “a porte chiuse per evitare strumentalizzazioni” (Lambertini dixit). In riva all’Adige il proverbio è più vero che mai: un bel tacer non fu mai scritto.