Opera

Omaggio a Fellini attraverso Rossini

Al festival di Pesaro "Il turco in Italia" ambientato negli anni '50 da Davide Livermore e raccontato come il "making" di un film con le fantasie e l'immaginario del grande regista riminese. Si sorride ma spesso l'operazione rischia di diventare caricaturale. Interessante la giovane direttrice d'orchestra Speranza Scappucci, compagnia di canto con Erwin Schrott, Olga Peretyatko e Pietro Spagnoli in evidenza

Non è infrequente trovare nelle opere buffe un personaggio di “poeta”, o letterato. E immancabilmente l’occasione serve a sbeffeggiare con lui tutta la categoria. C’è n’è uno anche nel dramma buffo Il turco in Italia, libretto di Felice Romani musicato da Gioachino Rossini nel 1814 per la Scala di Milano, un anno appena dopo la trionfale Italiana in Algeri di Venezia. A differenza di molti altri casi, però, in quest’opera il personaggio del letterato, pur nel taglio grottesco, rappresenta un insolito elemento di “teatro nel teatro”, visto che tenta di creare e indirizzare la vicenda mentre si svolge, “in tempo reale”. Come uno sceneggiatore che appare fra i protagonisti della sua stessa storia, o al limite un regista che interpreta se stesso sul set di un film.

Il regista Davide Livermore ha il suo “marchio di fabbrica” nella contaminazione fra il linguaggio dell’opera e quello del cinema. Lo si era visto in almeno due delle sue tre precedenti esperienze al Festival Rossini di Pesaro, compreso il Ciro in Babilonia del 2012, ripreso giusto quest’anno, tutto fascinosamente improntato ai kolossal “archeologici” del muto. Il suo Turco in Italia, quindi, era per così dire destinato a diventare ciò che il suo nuovo spettacolo in effetti è: un fantasioso, rutilante e (per questo) fedele omaggio allo stile del sommo Federico Fellini. Cioè di un cineasta che quasi sempre ha raccontato il cinema dentro al cinema. E più in generale la poesia della finzione che costruisce se stessa.

Trasportata negli anni ’50, la vicenda (a Napoli, una moglie “vivace” maritata a un vecchio s’infatua di un principe turco di passaggio ma ritorna dopo varie peripezie all’ovile) viene proposta come la nascita di un film in un teatro di posa, fra comparse di tutti i tipi, vestite nelle maniere più improbabili (dame russe bardate di lunghe pellicce, ballerine avvolte nelle piume di struzzo…) e l’immancabile gruppo di clown (spesso in sfilata, secondo la celeberrima scena di 8 e  ½ ), ai quali è affidata la parte del coro. Il “poeta” Prosdocimo è uno sceneggiatore sempre con la macchina da scrivere al seguito, che nel secondo atto diventa un vero e proprio regista che si occupa anche delle riprese al “dolly”. I personaggi sono “al quadrato”, entrano ed escono dai loro ruoli in un meccanismo che ha il suo culmine nel secondo atto, quando il gioco dei travestimenti moltiplica illusioni e allusioni. Il risultato è intrigante, forse perfino troppo complesso per questo lavoro comico di un Rossini ventiduenne, che dimostra qui una significativa inclinazione per il patetico. A volte, infatti, il gusto per la costruzione dell’immagine e della situazione finisce per prevaricare l’essenzialità della drammaturgia, mentre l’insistenza di mimi e figuranti specie durante le parti solistiche va oltre il necessario nella pur condivisibile chiave caricaturale. C’è di buono che comunque la mano esperta del regista segue il musicista con piena consapevolezza specialmente negli insieme, tutti giocati con trascinante vivacità e spigliatezza. E non si sente la mancanza della marcetta di Nino Rota, quando i clown sfilano con insistenza sullo sfondo con i loro strumenti e i loro grotteschi costumi.

La ricchezza di una partitura folta di colori e intarsiata di efficaci suggestioni melodiche, come poche fra quelle che la precedono, era affidata alla bacchetta della giovane Speranza Scappucci, debuttante al festival pesarese dopo varie significative esperienze soprattutto in terra americana. Lettura nitida, la sua, di adeguata vivacità ritmica ma sempre attenta alle carezzevoli dolcezze sentimentali offerte da Rossini, non sempre resa al meglio dall’acerba Filarmonica Gioachino Rossini.

Compagnia di canto di alto livello. Come Selim debuttava a Pesaro il basso Erwin Schrott: il suo fascinoso colore vocale è ben noto, meno lo era la predisposizione alla disinvoltura belcantistica, vista la consuetudine con un diverso repertorio, e la divertita adesione scenica. Intorno a lui, l’adamantina linea di canto di Olga Peretyatko (Fiorilla), che non conosce ostacoli nei passaggi in agilità, la sapiente caratterizzazione, di bella pienezza espressiva, di Nicola Alaimo (Geronio), l’apprezzabile stile di René Barbera (Narciso), tenore americano dallo squillo pronto e incisivo. Bene i comprimari Cecilia Molinari e Pietro Adami; benissimo Pietro Spagnoli, che ha dato scena, presenza, ironia ed energia all’alter-ego di Fellini in cui il regista Livermore ha trasformato il personaggio del poeta.

Grande successo al teatro Rossini di Pesaro esauritissimo: le repliche sono in calendario il 12, 15 e 18 agosto.

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