Opera

La Donna del lago si fa l’autoanalisi

Al Festival di Pesaro, il Rossini più nostalgico e misterioso è risolto dal regista Damiano Michieletto in chiave di viaggio nella memoria. Lettura complessa e molto cerebrale, che affianca ai protagonisti una coppia di attori impegnati in continue controscene, spesso invadenti e fuorvianti. Musicalmente, direzione di gran classe di Michele Mariotti e cast di assoluto livello, con Flórez, Spyres e le debuttanti Abrahamyan e Jicia in evidenza per qualità vocale, pertinenza stilistica, eleganza e agilità

La donna del lago è la storia di una complessa e dolorosa “geometria sentimentale” nella quale la rinuncia e il compimento dell’amore sono i due volti di uno stesso mondo psicologico. Lui ama lei, che ama un altro ma è stata promessa a un altro ancora. Il tutto avviene nelle foreste e sulle montagne di Scozia e la bellissima giovane al centro di questo vortice amoroso è anche involontariamente al centro di complicate (e sanguinose) trame politiche. C’è di mezzo il re (il primo lui), peraltro sotto mentite spoglie fino quasi alla fine, e lei è la figlia di un acerrimo nemico del sovrano. Se una debolezza drammaturgica si può trovare in questo capolavoro poco conosciuto e molto reputato di Rossini (così continua ad essere per alcuni titoli, anche in èra di indiscussa “rinascita” del pesarese), questa consiste nello scioglimento del tremendo groviglio psicologico prima ancora che sentimentale, portato dalla musica al calor bianco di un’astrazione mai così filosoficamente “vera”. Ma il lieto fine grazie al quale il mosaico si compone (il re rinuncia al colpo di fulmine, lo sposo designato dal padre di lei muore opportunamente in battaglia, i due innamorati possono coronare il loro sogno d’amore) non cancella la sensazione che mai come in quest’opera Rossini si sia affacciato sulle insondabili profondità dell’animo umano, nel quale il rimpianto, il desiderio, la nostalgia, la felicità o la disperazione sono allo stesso tempo lancinanti emozioni incancellabili e proiezioni mentali che hanno la dimensione del ricordo o del sogno.

Da qui parte l’originale e complessa rivisitazione della “Donna del Lago” approntata dal regista Damiano Michieletto, star veneziana del teatro d’opera internazionale, per lo spettacolo inaugurale del Rossini Opera Festival di Pesaro, giunto alla trentasettesima edizione. Scomparsa, se non nel finale, la pervasiva cornice naturalistica dell’opera, la vicenda viene raccontata come una sorta di “ricostruzione mentale”, da parte della coppia consegnata al lieto fine, dei lontani eventi che hanno portato i due a una lunga vita coniugale. Nelle “stanze” della loro memoria, come in una forma di autoanalisi, tutto si svolge in un interno in disfacimento (abilissimo come sempre lo scenografo Paolo Fantin), una casa le cui finestre non hanno un vetro sano, i muri sono scrostati, il piano superiore cui conducono scale traballanti ha addirittura il soffitto sfondato. Lo stanzone sta per essere invaso dalle erbacce; fuori, in una costante oscurità, s’intuisce un lago che non è un poetico specchio d’acqua, ma un melmoso acquitrino.

La regia è sofisticata, per certi aspetti fin troppo cerebrale per la chiarezza e l’ampiezza delle forme musicali qui delineate da Rossini. Né le giova il fatto che i due protagonisti vecchi, dai quali lo spettacolo prende le mosse, siano ossessivamente presenti in una quasi continua controscena: dialogano muti con i loro alter-ego musicali, reagiscono agli eventi con un gesticolare che appesantisce e divaga, presenza fantasmatica che si confronta anche reciprocamente, evidentemente alla ricerca di una ricomposizione che alla fine naturalmente arriverà. Ma questo contraddice l’assunto registico di partenza, che fa credere a una tensione non più conciliabile, e ignora volutamente che le sottigliezze psicologiche in corso d’opera sono destinate a svanire all’insegna dei molto più rassicuranti buoni sentimenti, riassunti negli esaltanti virtuosismi della protagonista al suo tradizionalissimo Rondò finale.

Oscuro, sicuramente profondo, a tratti pesante, forse leggermente presuntuoso, l’allestimento di Michieletto è destinato a dividere il pubblico (lo si coglieva già nei commenti del pubblico all’uscita dalla Adriatic Arena). Non così il versante musicale dello spettacolo, per il quale il festival ha schierato i suoi pezzi da novanta. Dal podio, Michele Mariotti ha fatto capire perché la sua Donna del lago sia stata osannata di recente al Metropolitan di New York: poesia lirica e sentimentale, colori di sofisticata eleganza (ottima l’orchestra del Comunale di Bologna), rigore ritmico, energia controllata. Nonostante la giovane età, la sua è già un’interpretazione di riferimento. Nel cast, sugli scudi naturalmente Juan Diego Flórez, che già era stato il re Giacomo V nella precedente edizione di quest’opera, risalente al lontano 2001. Gli anni passano, ma il tenore peruviano tiene ancora egregiamente dal punto di vista tecnico, e soprattutto offre una prova di musicalità stilisticamente esemplare e comunicativamente affascinante, specie nella sua grande Aria del secondo atto, in cui piega il fraseggio a una straordinaria gamma espressiva. Al suo fianco, il basso Marko Mimica è stato un Duglas di corposa cantabilità e il tenore Michael Spyres un Rodrigo capace di tenere insieme una tessitura vastissima, dal sovracuto a profonde zone basse, senza mai perdere il controllo e la qualità del colore. Molto bene il mezzosoprano armeno Varduhi Abrahamyan, debuttante al festival, che ha disegnato il personaggio “en travesti” di Malcom con eguale attenzione per l’agilità e l’interiore sofferenza, sciorinando un timbro brunito di grande interesse. E altrettanto bene il giovane soprano georgiano Salome Jicia, passata dall’Accademia Rossiniana, in cui militava l’anno scorso, al palcoscenico maggiore: agilità, eleganza, precisione sono di gran classe. Quasi sempre preciso il coro del Comunale di Bologna, che ha una parte di notevole importanza.

Durante la prima rappresentazione , ovazioni per tutti i protagonisti principali; alla fine, applausi cordiali ma neanche troppo prolungati (7 minuti non è gran cosa). Per Michieletto, come si sarebbe detto una volta, successo di stima.

Foto: Studio Amati Bacciardi 

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