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Lanaro, poesia come modo di vedere

La più recente raccolta dell'autore vicentino, "Rubrica degli inverni", pubblicata dall'editore Marcos y Marcos nella collana "Le Ali", offre sofferte profondità emozionali che nascono dalla quotidianità della vita, con eclettismo di linguaggio e filosofica densità di pensiero

Si può fare poesia sull’Essere, il Tempo, il Nulla? Quando scrive che “la poesia è un modo di vedere, / prima che di parlare”, solo in apparenza Paolo Lanaro sembra indicare un’altra direzione. Non è forse vero, infatti, che l’espressione “speculazione filosofica” ha alla radice il significato stesso della visione, ovvero della riflessione in uno specchio – “speculum”? Dunque, il “modo di vedere” postulato del poeta vicentino non esclude affatto che i suoi versi continuino ad essere una sofisticata meditazione sulla condizione dell’uomo e sull’ardua fatica della comprensione di se stessi. Anche se poi non cessano di regalare l’emozione della parola, la musicalità di una scansione che si adatta alla linea e la travalica con elegante mobilità, l’originalità di un lessico che risulta insieme famigliare e alto, colto e popolare, semplice e profondo, talvolta enigmatico, sempre suggestivo.

Se ne ha conferma nella settima raccolta poetica di Lanaro, autore che proviene dalle terre maladensi di Gigi Meneghello, ha vissuto la sua giovinezza a Schio e da molto tempo abita a Vicenza, dove lungamente ha insegnato nelle scuole superiori (assolutamente non a caso, filosofia). S’intitola Rubrica degli inverni, la pubblica l’editore Marcos y Marcos (112 pagg., € 16,00; in copertina una bella incisione di Luca Mengoni) nella raffinata collana di poesia “Le Ali”, diretta da Fabio Pusterla. L’approdo editoriale è significativo: la casa milanese è oggi un punto di riferimento centrale per la poesia italiana, dopo il declino di tante altre storiche collane, e questo vuol dire che Lanaro ha ormai giustamente conquistato un posto di primo piano a livello nazionale.

A cinque anni di distanza da Poesie dalla Scala C, la recentissima raccolta segna una nuova tappa dell’originale percorso letterario dell’autore vicentino nei territori della “poesia del pensiero”. Non è che questo gli impedisca di creare immagini anche straordinarie e di delineare sofferte profondità emozionali. Il culmine se ne ha forse in “Ciao, mamma”, un ultimo saluto che restituisce con un fremito tutto interiore lo smarrimento dell’anima nel momento di un distacco definitivo. Né il lettore viene privato di evocativi scenari urbani (per i vicentini famigliari, visto che si parla di strade, palazzi, monumenti ben noti), oppure di originali annotazioni naturalistiche, floreali soprattutto. Ed è ovvio che l’inverno sia protagonista, con la sua luce cupa, la neve, le tenebre precoci alla sera o lente a dissiparsi al mattino. Ma quello che colpisce e cattura è soprattutto l’ecletticità stilistica con cui l’invenzione poetica nasce dalla quotidianità della vita, per arrivare ad arcane profondità e subito andare oltre con il guizzo liberatorio dell’ironia, della curiosità, del gioco di parole, della citazione colta o popolare. E in maniera altamente sofisticata, con una varietà metrica forgiata in corrispondenza dell’espressione.

Nella loro forte organicità, le cinquanta poesie di Rubrica degli inverni (alle quali si aggiungono un poemetto in quattordici parti a sua volta intitolato Registrazione di alcuni fatti all’inizio dell’inverno e in apertura una breve scelta di componimenti dalle precedenti raccolte) sembrano disegnare la metafisica tutta personale di un autore che spesso giustappone empirismo e nichilismo. Dal confronto nascono versi come questi: “Tutto questo deve voler dire che in noi / c’è qualcosa che si oppone a noi. / Come un avido buio che spinge /e formicola intorno a una stella”. Li leggesse Stephen Hawking, troverebbe una fulminante sintesi psicologica della teoria astrofisica dei “buchi neri”, tradotta in una poesia “umana, troppo umana”.

Ironico ma non amaro, distaccato eppure sempre lucidamente partecipe, pessimista naturalmente, ma sempre capace di indicare un “oltre” che non è consolatorio o fideistico ma è comunque nobilitato dal salvifico incontro fra pensiero filosofico e parola poetica, Paolo Lanaro afferma in questo libro il primato di una poesia intellettuale sofferta e aperta, che regala preziose domande e suggerisce risposte senza illusioni, ma non senza speranza.