Opera

Martinů, Goldoni in salsa boema

Alla Fenice la rarissima "Mirandolina" (1959), brillante trasposizione operistica della "Locandiera", con stile "nazionale" dalle inflessioni neoclassiche. Vivace regia attualizzata di Gianmaria Aliverta, direzione molto sinfonica di John Axelrod, compagnia di canto di adeguata efficacia anche scenica

Il capolavoro forse più grande della commedia di carattere inventata da Goldoni, La locandiera (1753), ha conosciuto nei secoli e fino ad anni recenti una multiforme sequenza di “rifacimenti” in linguaggi eterogenei di spettacolo, fra danza, opera e cinema. Destino singolare per un autore che fu anche prolifico librettista in proprio, la geniale galleria di personaggi e il “plot” sorridente eppure profondo di questa pièce diventarono in particolare spunto per una vasta serie di opere comiche, fra le quali spiccano quella di Salieri a fine Settecento e quella di Mayr ai primo dell’Ottocento. Nel Novecento, fra gli altri subì il fascino di questo soggetto Bohuslav Martinů, musicista prolifico e piuttosto noto (ben più di quanto non sia oggi) fra gli anni Trenta e i Cinquanta, ceco di nascita e cosmopolita per vocazione. La prima rappresentazione della sua trasposizione operistica della commedia si ebbe a Praga nel 1959, ma l’autore non la vide, perché era gravemente malato e sarebbe morto in Svizzera di lì a pochi mesi. Fosse stato in buona salute, non sarebbe tornato ugualmente in patria per motivi politici: aveva ormai da tempo la cittadinanza americana e non approvava nulla del regime di stampo stalinista instauratosi nel suo Paese d’origine. Mirandolina – così il titolo, per accentuare la centralità della protagonista – è un’assoluta rarità per le scene musicali non solo italiane: l’allestimento in scena in questi giorni alla Fenice è nello stesso tempo una proposta sofisticata e coraggiosa e un ulteriore effetto della linea culturale intrapresa già da qualche anno, che mira a valorizzare la venezianità nell’ambito operistico e musicale in generale.

Negli anni ‘50 l’avanguardia musicale stava consacrando autori radicali come Boulez, Stockhausen, Maderna, Nono, autori di una musica aspra, spesso respingente, eversiva di ogni tradizionalismo, che considerava ormai superato anche un autore come Schönberg, l’inventore della dodecafonia. Martinů, nato nel 1890, non appartiene a questa linea. Il suo modo di pensare musica deriva dalla formazione “nazionale” boema, con largo ricorso ad armonie e melodie in qualche modo apparentabili al folclore della sua terra, affinata dall’esperienza parigina negli anni Venti, che lo portò a contatto con il nascente neoclassicismo novecentesco. Questa combinazione stilistica informa di sé Mirandolina, che si vale di un libretto originale in italiano dello stesso musicista, aiutato da un amico letterato. Vi domina una scrittura duttile ed estroversa, non senza figurazioni tradizionali negli accompagnamenti, rigogliosa di colori in orchestra, raramente propensa ad ampie aperture melodiche, neppure sul versante vocale. Il canto, anzi, è spesso molto colloquiale e comunicativo, e gli interpreti passano dal parlato vero e proprio a una declamazione di portata espressiva multiforme, con rare caratterizzazioni belcantistiche, riservate peraltro solo al personaggio principale. Vera e propria “commedia per musica”, l’opera è per certi aspetti riduttiva, rispetto all’originale goldoniano, perché ciò che predomina è lo schema comico fine a se stesso. Su questo piano, però, Martinů raggiunge l’obiettivo, realizzando un esemplare sicuramente ragguardevole di opera buffa novecentesca, nella quale il ritmo interiore della musica e del canto diventa ritmo drammaturgico.

Lo spettacolo in chiave contemporanea firmato da Gianmaria Aliverta sottolinea bene questo aspetto. Dentro alla scena girevole di Massimo Cecchetto (grazie alla quale si passa in tempo reale da un ambiente all’altro dell’albergo con terme dove è ambientata la vicenda) e grazie anche ai costumi caricaturali di Carlos Tieppo, la vicenda vede agitarsi intorno alla protagonista una galleria di “tipi” molto caratterizzati e spesso grotteschi, che vanno oltre i tic della modernità (speriamo si arrivi presti a una moratoria dei selfie in scena…) per definire una comicità valida per qualsiasi epoca, visto che il tema è l’eterno confronto sentimentale e il ruolo che può o deve assumervi la donna.

Dal podio, John Axelrod accentua con decisa energia la verve di Martinů nella scrittura orchestrale, a rischio anche di compromettere talvolta l’equilibrio con la compagnia di canto ma regalando all’insieme una nitidezza molto coinvolgente, non senza suggestivi chiaroscuri.

Silvia Frigato offre nel ruolo della protagonista una bella prova teatrale a tutto tondo: la voce non è particolarmente corposa ma è pronta in tutte le zone della tessitura, con l’agilità e la molteplicità espressiva che le sono richieste. Ottimi in scena anche i tre nobili che si contendono le grazie di Mirandolina: Marcello Nardis è il “tarocco” conte di Albafiorita, Bruno Taddia il sussiegoso e tignoso marchese di Forlimpopoli, Omar Montanari il misogino sconfitto cavaliere di Ripafratta. Dei tre, quest’ultimo è anche quello che più convince per linea di canto ed efficacia di colore. Positivo Leonardo Cortellazzi (Fabrizio, il cameriere che impalmerà la locandiera), spigliati nei ruoli di fianco Christian Collia, Giulia Della Peruta e Laura Verrecchia.

Foto: © Michele Crosera