Opera

Carmen, la solita minestra andalusa

La grande novità del festival in Arena sono i display con i testi cantati (in italiano e in inglese). Per il resto, il Bizet inaugurale è il sempiterno e ancora onorevole spettacolo di Zeffirelli, con una compagnia di canto tutt'altro che trascendentale e un direttore, Xu Zhong, che paga pesantemente lo scotto dell'inesperienza in anfiteatro, faticando a tenere insieme le fila dell'esecuzione

«Ma perché non ci hanno pensato prima?». Pare che Carlo Fuortes, il commissario della Fondazione Arena, se lo sia lasciato scappare la sera dell’inaugurazione del festival n. 94, alludendo alla (quasi) unica novità della Carmen d’apertura: i due ampi display elettronici – in alto alle estremità laterali della gradinata – sui quali appare il testo che gli interpreti vanno cantando in scena. Nel caso dell’opera di Bizet, una traduzione più o meno letterale del libretto francese. Il testo – corredato da versione inglese – si vede bene, non occorre nessun binocolo per decifrarlo. Ed è utilissimo, tanto più per un’opera non in italiano. Non a caso in tutti i teatri è ormai “ausilio” fisso per gli spettatori. All’aperto non è così comune, l’Arena è fra i primi festival estivi a utilizzarlo.

Interrogativo legittimo ma retorico, nel senso che la risposta è nota. E sicuramente il commissario la conosce bene, anche se il suo contatto con la realtà della Fondazione è stato più che altro sulle carte e sui bilanci. “Non ci hanno mai pensato prima” perché chi doveva pensarlo era in tutt’altre faccende affaccendato, e comunque poco attento alle esigenze del declinante pubblico della lirica nell’anfiteatro romano di Verona. Al quale negli ultimi anni ha propinato una minestra riscaldata di sempre minore attrattiva.

Vedremo quest’anno, con una crisi devastante appena dietro le spalle e nubi minacciose all’orizzonte per la mancanza di qualsivoglia piano di rilancio, come andranno le cose. Dal punto di vista del pubblico, la serata inaugurale è stata positiva: non c’era proprio il tutto esaurito, ma quasi (fra i 12 mila e i 13 mila presenti). E già trapela che il cassiere ha discreti motivi per essere contento: solo per le prime due date (la sera successiva è toccato ad Aida) gli incassi superano di qualche centinaia di migliaia di euro quelli dell’anno scorso. Quanto agli spettatori, la sfida resta aperta, e non sarà certo la pur utilissima innovazione dei display per i “sopratitoli” a cambiare la situazione. Dovesse restare immutata la media-spettatori per serata del 2015, si piomberebbe sotto la soglia anche psicologica dei 400 mila, visto che le rappresentazioni sono otto in meno. Restare ai 402 mila dell’anno scorso sarebbe già un ottimo risultato, andare sopra, un grande successo.

La seconda novità della serata consisteva nel debutto in Arena del direttore principale dell’orchestra areniana di fresca nomina, il cinese Xu Zhong. E non è stata altrettanto positiva. L’anfiteatro è uno spazio complesso e musicalmente “ingannevole” e lui ha pagato salato il conto della sua inesperienza specifica. Essere lanciati a dirigere in Arena senza averci quasi mai messo piede prima non sarebbe uno scherzo per nessuno e così è accaduto per la bacchetta di Shanghai, perché è noto che il meccanismo organizzativo e produttivo ormai riduce al minimo le prove sul posto (il che non è davvero un bene, comunque). Per tutta la serata l’equilibrio e la coesione fra scena e orchestra sono stati appesi a un filo, non di rado spezzato quando doveva intervenire il coro, come nel secondo e soprattutto nella baraonda della prima parte del quarto atto. A prescindere da questi problemi, peraltro decisivi, Zhong ha proposto una lettura di Carmen senza brillantezza di colori, con poco slancio ritmico e tempi neutri, senza particolari sfumature dinamiche. E ciò nonostante il sostegno tecnologico al suono orchestrale sia ormai ben collaudato (e molto evidente: diciamo pure che l’amplificazione c’è e si sente).

Una Carmen musicalmente in grigio, come non sarebbe il pur ormai datato spettacolo di Franco Zeffirelli, nato nel 1995 secondo una logica scenografica oggi ampiamente superata (o auspicabilmente da superare), ma che propone comunque la mano di sicura classe del maestro fiorentino nella proficua combinazione fra narrazione e decorazione. E dalla recente revisione (che ha abolito la monumentalità macchinosa della rappresentazione scenica di Siviglia sulle gradinate in fondo alla scena) ha guadagnato qualcosa anche sul piano della sintesi visiva.

Il grigiore o l’insignificanza dal podio si sono sparsi anche sulla scena, perché la compagnia di canto non è parsa in grado di cambiare il clima di una esecuzione musicalmente mai davvero accattivante. A distanza di dieci anni dalla precedente esperienza, nei panni della fatale gitana tornava Luciana D’Intino, rispettabile cantante dalla voce ancora interessante specialmente nei centri, ma condotta senza vera omogeneità, con discontinuità espressiva e timbrica talvolta evidente e con una presenza scenica spesso statica, quasi frenata, lontana dalla sensualità di un ruolo che ne è invece imbevuto. Il tenore Jorge de León ha palesato voce oscillante e usurata, di scarso controllo nella zona alta della tessitura, poco brillante nei centri, per un José di passionalità sfuocata e intermittente. Il torero Escamillo era Dalibor Janis, che si propone con discreta efficacia nel cantabile ma non ha la tenuta necessaria sul grave. Alla fine, la migliore figura è stata quella di Ekaterina Bakanova, che ha disegnato una Micaela di tenero sentimento, ben sostenuta da un timbro chiaro ed elegante e da una linea di canto ben modellata e approfondita.

Pubblico contento, molti applausi, nessuna candelina accesa, nonostante i reiterati inviti dello speaker. Carmen replica dal 1° luglio al 27 agosto per dodici volte.

Foto: Ennevi