Cronache

Arena, la privatizzazione in agguato

Non si ferma il pressing per creare un'alternativa "liberistica" alla Fondazione, nonostante sia stata intrapresa la strada del risanamento, con durissimi sacrifici per i dipendenti. Ma in questo modo la stagione al Filarmonico verrebbe buttata alle ortiche e Verona sarebbe una città culturalmente viva solo durante i mesi estivi. E la mancanza di stabilità sarebbe il "de profundis" per la qualità artistica

Una quarantina di serate operistiche in Arena procurano, salvo sfracelli, incassi anche di molto superiori ai 20 milioni. Se chi organizza è un privato impresario, può benissimo stare nelle spese. Anzi, guadagnarci, specie se l’orchestra e il coro sono raccogliticci e si accontentano di poco per tre mesi di lavoro estivo, se le cosiddette “masse artistiche” (comparse e figuranti vari) sono meno numerose e soprattutto meno costose di adesso grazie al “libero mercato”, se le regie sono al risparmio, se i cantanti e i direttori sono di miti pretese. Quanto questo bel quadretto abbia a che fare con la musica, la cultura in senso generale e perfino la tradizione (che s’invoca solo quando fa comodo, sennò, spazio all’innovazione!) è presto detto: poco o nulla. La ghiotta torta aprirebbe la strada alle “spedizioni punitive”, come si chiamavano una volta gli spettacoli “privati” abborracciati e impresentabili.

Eppure, di ciò si discute a Verona durante questa estate 2016, nata sotto infausti auspici e raddrizzata solo all’ultimo momento: della privatizzazione dell’Arena. Non della Fondazione, si badi bene. Fra i tre professionisti che cavalcano questa sciagurata ipotesi con una pervicacia degna di miglior causa, due sono avvocati e sanno troppo bene che non è questa la road map giuridicamente possibile. No, i tre (Lambertini, Maccagnani e Manni) partono dal presupposto che la mela cada dall’albero perché marcia, ovvero che la Fondazione sia chiusa e liquidata. A loro poco importa chi siano i responsabili di questa deprecata e per ora scongiurata ipotesi. Né si curano di considerare che esistono altre Fondazioni (ovvero altre strutture giuridicamente e produttivamente analoghe) che invece viaggiano benone e non hanno la voragine di debiti accumulati a Verona. Disinvoltamente scambiando l’effetto per la causa, predicano la loro ricetta solo genericamente liberista, in realtà apparecchiando la tavola per i soliti noti, enti e poteri economici locali. Che potrebbero nella loro ipotesi sbarazzarsi in un colpo solo di ogni fastidiosa stabilità artistica, della problematica stagione invernale al Filarmonico, sempre in rosso, di tutte le criticità nella gestione dei dipendenti.

Con la benedizione implicita del sindaco Tosi, che intravvede un utile politico anche a livello nazionale, la privatizzazione dell’opera nell’anfiteatro è diventata argomento all’ordine del giorno qualche mese fa, mentre la Fondazione implodeva, piegata dai debiti, dagli sprechi e dalle ambiguità contabili della sua mala gestione. Un caso unico di insensibilità, anzi di infedeltà a un patrimonio culturale non solo veronese ma italiano, europeo. E d’altra parte, unico è stato anche il caso di un sindaco che ha sostenuto a spada tratta la liquidazione coatta della Fondazione e ha dovuto mandare giù il salvataggio orchestrato dal commissario straordinario mandato da Roma per salvare il salvabile.

I “privatisti” sono stati zitti un paio di mesi, poi, a festival estivo iniziato, hanno ricominciato a martellare. Se la crisi della Fondazione fosse una guerra, con lo Stato impegnato in una difficilissima “campagna” estiva, una simile attività finirebbe accusata di disfattismo. Anche perché, ballano i milioni del Fus (12, 13 o 14 che siano), che la chiusura delle attività al di fuori dell’Arena falcerebbe irreparabilmente. Ma la crisi non è una guerra, e i “privatisti” proseguono la loro campagna, amplificata dai mezzi d’informazione. Ormai sono ai ferri corti con parte dei sindacati e con la sinistra oltre-Pd. Ma non se ne curano, e ribattono con curiale distacco. Intanto la totale assenza di qualsiasi bozza di programma per le attività al Filarmonico è un pessimo segnale sulla possibilità di sussistenza della Fondazione. Se la mela cadrà dall’albero, nel giro di pochi mesi Verona rischia di vedersi ridotta – bene che vada – a una specie di città festival per l’estate: due mesi vivaci e per il resto un deserto. Che chiameranno cultura.

Pubblicato su Vvox.it