Concerti

Gioventù orchestrali alla conquista

Al Comunale di Vicenza due formazioni giovanili unite per una sera, quella del Teatro Olimpico e l'OGI di Fiesole, sotto la guida di Alexander Lonquich. Organico di grandi dimensioni per una bella prova sul sinfonismo tardoromantico e di primo Novecento, da Wagner a Strauss, da Debussy a Ravel

Orchestre giovanili riunite, bella idea. Al Comunale di Vicenza l’inedito incontro ha visto protagoniste la formazione italiana in quest’ambito più blasonata, quella che fa capo alla scuola fondata oltre trent’anni fa a Fiesole da Piero Farulli (storico violista del Quartetto Italiano) e il gruppo intitolato al Teatro Olimpico di Vicenza. Quest’ultimo è diventato giovanile soltanto da un paio di stagioni, ma ha già fatto una buona strada sotto la guida musicale di Alexander Lonquich, salito sul podio per “battezzare” questa occasione molto speciale.

L’organico quasi raddoppiato (notevole il colpo d’occhio del palcoscenico, affollato come quasi mai) ha consentito al direttore una scelta di programma tutta orientata verso il grande sinfonismo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Pezzi celebri del repertorio, fra l’altro quasi tutti caratterizzati dalla relazione con soggetti letterari, poetici o drammatici.

Germania nella prima parte. In apertura c’era il wagneriano “Preludio e morte di Isotta”, sorta di “estratto sinfonico” che illumina la continuità di clima espressivo del monumentale capolavoro operistico, dalla sconvolgente intensità del Preludio alla gran scena finale, nella quale la vocazione al dissolvimento nella passione amorosa da parte di Isotta raggiunge il culmine e la fine. Seguiva un poema sinfonico giovanile di Richard Strauss, Don Juan, basato sul poema dedicato al mitico seduttore senza Dio dal poeta austriaco ottocentesco Nikolas Lenau. È una versione molto particolare, nella quale Don Giovanni è un seduttore sempre alla ricerca della donna ideale, che finisce per desiderare la propria fine come conseguenza dell’impossibilità di trovarla. Su questa falsariga, la concisa eppure turgida pagina sinfonica straussiana inizia con una vera e propria esplosione di vitalismo e si chiude malinconicamente, mettendo già in chiaro sia la vocazione “modernista” dell’autore bavarese sia la straordinaria densità della sua scrittura orchestrale, arduo banco di prova per tutte le orchestre.

Tutta francese, invece, la seconda parte della serata, con pagine altrettanto celebri. Per cominciare, la sofisticata e trasognata eleganza con cui Debussy dà forma musicale al simbolismo di Mallarmè e del suo poema L’après-midi d’un faune (di fatto “dipingendo” una musica senza un centro di gravità tematico, oltre gli incisi del flauto, in virtù della sua evanescenza armonica e coloristica). Subito dopo e a chiusura, la nitidezza spietata con cui Ravel racconta il disfacimento di uno dei miti musicali dell’Ottocento, il valzer. È singolare il fatto che il suo autore abbia sempre parlato de La Valse come di un omaggio senza secondi fini alla civiltà della danza viennese, arrivando a immaginarne il luogo (uno sfavillante salone nobiliare in un palazzo) e la data (il 1855), mentre tutti i commentatori hanno sempre sottolineato quello che in effetti non si può non notare. Non sarà l’epicedio della Belle Epoque incenerita dalla Grande Guerra, questa musica, ma è senz’altro un’iscrizione tombale per il valzer e per il suo spirito: non si può pensarla diversamente, assistendo allo spietato gioco di deformazione e destrutturazione cui i molteplici temi di valzer sono sottoposti, fino al completo annullamento. In un crescendo di virtuosismo strumentale che rende il discorso tutt’altro che nostalgico o sorpassato, ma improntato invece a una modernità tagliente e senza illusioni.

Come si è capito, le orchestra giovanili riunite – Ogi e Oto – erano di fronte a sfide fra le più ardue. Era una scommessa, e si può dire che alla fine sia stata vinta. Forse, sotto la linea di galleggiamento è rimasto soltanto Wagner, ma a complicare le cose più che qualche défaillance strumentale e d’insieme, pur da annotare, è stata la scelta interpretativa di Lonquich, che ha staccato tempi piuttosto allentati, rendendo ardua per l’orchestra la gestione della crescente tensione introspettiva, caratteristica saliente di questa musica sublime, secondo l’espressività maestosa e profonda che le è propria. Ne è uscito un Wagner analitico ma frammentario, che solo raramente ha raggiunto la temperatura emotiva necessaria. Per il resto, però, la serata è stata di notevole smalto sonoro e di bella resa esecutiva. “Esplosivo” nella sua concentrata precisione e ricchezza sonora il poema sinfonico di Strauss, ben disegnato Debussy, con il suo “flou” di colori orchestrali molto ben distesi in pennellate evanescenti, avvincente Ravel per forza e coesione dentro e tempi questa volta davvero trascinanti.

Teatro al gran completo, cordiali accoglienze, come bis La Valse ripetuta da cima a fondo, sempre con notevole efficacia.