Concerti

Mozart o no, una delizia con i fiati

Alla Società del Quartetto la Sinfonia concertante K. 297B (sulla cui originalità gli studiosi si azzuffano) nella ricostruzione dell'originale perduto con il flauto invece del clarinetto. Esecuzione ammaliante per brillantezza e musicalità dai solisti di Santa Cecilia con l'Orchestra da camera di Mantova

Le prime parti dei fiati della migliore orchestra sinfonica italiana, “aggiunte” a una delle più brillanti formazioni da camera di casa nostra. La proposta della Società del Quartetto era di quelle che non si possono mancare e infatti il teatro Comunale di Vicenza era al gran completo per il concerto dell’Orchestra da camera di Mantova (Carlo Fabiano violino concertatore), affiancata dal cornista Alessio Allegrini, dal flautista Andrea Oliva, dall’oboista Francesco Di Rosa e dal fagottista Francesco Bossone, che sono colonne portanti dell’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Obiettivo puntato su Mozart, cioè su un compositore che in ogni momento della sua breve ma intensissima vicenda creativa ha dedicato agli strumenti a fiato un’attenzione del tutto particolare.

Il programma della serata era impaginato proprio per offrire uno scorcio di questa singolare quanto straordinaria predilezione: se al centro c’era una delle Sinfonie più leggiadre ed eleganti del periodo salisburghese, quella in La maggiore K. 201, in apertura brillava uno dei quattro concerti per corno e orchestra, l’ultimo della serie che Amadé dedicò espressamente a un suo amico suonatore di questo strumento, di nome Joseph Leutgeb, passato alla storia non solo come virtuoso ma anche per essere stato oggetto del dileggio mozartiano, visto che il compositore gli indirizzò sulle partiture molte ironiche e mordaci battute. E soprattutto, tutta la seconda parte era dedicata a una delle pagine più affascinanti e controverse, la Sinfonia concertante per flauto, oboe, fagotto, corno e orchestra, K. 297B.

La storia di questa composizione è singolare: grazie alle lettere del musicista al padre Leopold, si sa praticamente tutto della sua genesi, avvenuta a Parigi nel 1778, ma a tutt’oggi non si sa nulla del manoscritto originale, sparito poco dopo essere stato consegnato ai copisti in vista dell’esecuzione in pubblico concerto. La Concertante è rimasta quindi nell’elenco delle opere perdute fino al secondo Ottocento, quando è saltato fuori un manoscritto non autografo, identificato nella composizione parigina con una non piccola differenza nel gruppo degli strumenti concertanti, nei quali non figurava più il flauto, sostituito dal clarinetto. Accolta nel catalogo ufficiale delle opere mozartiane negli anni Trenta del secolo scorso, da allora la composizione ha conosciuto rapidamente una notevole affermazione nelle sale da concerto di tutto il mondo e nelle incisioni discografiche, anche se non ha mai cessato di suscitare dubbi e contrapposizioni fra gli studiosi. Oggi la situazione rimane tutt’altro che definita e le due opposte “fazioni” si confrontano ancora senza che una parola definitiva sia stata ancora detta. Per il no all’autenticità si schiera soprattutto la scuola musicologica anglosassone, per il sì molti esperti europei e italiani. Intanto, però, la versione con clarinetto è stata sospinta nuovamente nel “limbo” delle appendici, mentre nel catalogo vero e proprio rimane il numero che identifica la Sinfonia Concertante nella versione originale. In attesa, se mai accadrà, che salti fuori il manoscritto mozartiano (sarebbe un evento straordinario), un musicologo americano, Robert D. Levin, ha realizzato negli anni Ottanta una “ricostruzione” della versione con flauto che parte dal presupposto che le parti solistiche siano sostanzialmente originali mozartiane anche nel manoscritto ottocentesco (a parte l’adattamento per clarinetto) e che quelle orchestrali siano invece state variamente “maneggiate” da un altro musicista. Al Quartetto si è ascoltata questa versione, che negli ultimi vent’anni va raccogliendo sempre maggiori consensi fra gli interpreti, anche se l’altra rimane probabilmente “maggioritaria”, sia nelle sale da concerto che in disco.

Il cornista Alessio Allegrini
Il cornista Alessio Allegrini con l’orchestra di Mantova

La ricostruzione finisce per assumere proporzioni alquanto diverse dalla versione con clarinetto: il primo movimento è nettamente più breve e l’ultimo al contrario più lungo, ma con una presenza molto secondaria dell’orchestra, che lascia quasi tutta la scena al vasto e seducente gioco delle Variazioni affidate ai quattro fiati. Immutato il fascino della composizione, mozartiana quanto meno per il clima espressivo, per la tinta delicata e poetica dell’Adagio, per la chiarezza tematica e per l’accattivante nitidezza delle parti concertanti. Al Comunale è stata una delizia ascoltare il dialogo perfetto fra Oliva, Di Rosa, Bossone e Allegrini, nel quale il virtuosismo e l’agilità non vanno mai a discapito della ricchezza coloristica e della sorvegliata eleganza del fraseggio. L’orchestra di Mantova si è posta impeccabilmente come “controparte” strumentale d’insieme, forte della sua omogeneità, dell’equilibrio fra le parti, della sua sperimentata e mai superficiale brillantezza, che regala un Classicismo vivido e ricco di chiaroscuri, meditato eppure capace di coinvolgente immediatezza, come già l’esecuzione della Sinfonia K. 201 aveva chiarito

In apertura il Concerto per corno K. 495 è stato la vetrina per il virtuosismo ammaliante di Alessio Allegrini, che domina il suo strumento in ogni dettaglio tecnico e musicale, facendo sembrare naturale ogni passaggio, ogni sfumatura di colore e di emissione, in una gamma che va dal quasi impercettibile alla perorazione stentorea.

Entusiastici, alla fine, gli applausi.