Cronache

Fondazione Arena, si salvi chi può

Carte in tavola del nuovo direttore operativo, Francesca Tartarotti: 81 esuberi (con i prepensionamenti), organico ridotto del 30 per cento (da un totale di 283), integrativo azzerato. La trattativa è nella fase iniziale, ma il sovrintendente Girondini non si fa vedere: ormai sancita la rottura con i dipendenti. E intanto le sigle sindacali non sono poi così unite...

Nel terzo atto della Traviata, il carnevale impazza per le strade di Parigi mentre Violetta è ormai allo stremo. Il medico la rincuora, raccontandole un mucchio di pietose bugie, ma non c’è speranza. In questi giorni il carnevale dilaga anche a Verona e il consulto al capezzale della Fondazione Arena, grande malata, non fa sperare nulla di buono. Il nuovo medico, giunta da Firenze, ha vocazione e fama di chirurgo, piuttosto che di clinico, e tutti sanno che il suo strumento prediletto è il bisturi. Le pietose bugie – che sarebbero del resto sbagliate e dannose – non sono nel suo armamentario. Lei non esita a impressionare il paziente con numeri spaventosi e scenari tragici: la Fondazione rischia la pelle, ovvero la liquidazione coatta.

Fuori dalla metafora operistica – ma di questo si sta parlando, di un teatro d’opera – la trattativa tra la Fondazione e i suoi dipendenti per cominciare a mettere ordine nei conti ha avuto nelle sue mosse d’avvio più che altro i toni della commedia grottesca con risvolti noir. E ci sono dettagli che non sono emersi finora pubblicamente, almeno con la chiarezza necessaria.

Grottesco è che il sovrintendente Francesco Girondini abbia lasciato sola davanti alle rappresentanze sindacali la sua nuova direttrice operativa, Francesca Tartarotti. Non che la donna abbia bisogno di spalle o supporti: se ce n’era bisogno, ha subito dimostrato di essere tosta quanto basta, e anche di più. Ma la clamorosa assenza dei vertici della Fondazione (non c’era neanche nessuno del Consiglio di indirizzo), che si chiamano fuori in maniera così plateale, certifica che ormai il teatro veronese non ha più qualcuno che se ne senta responsabile e che la distanza con i dipendenti è ormai siderale.

Grottesco anche il teatrino delle relazioni sindacali, con le sigle provinciali al centro del campo ma tutt’altro che coese e con le rappresentanze aziendali (la cosiddetta RSU) ammesse senza entusiasmo, quasi per concessione, quando invece dovrebbero essere le principali protagoniste di una discussione che è e rimane di livello aziendale.

Può così accadere che da quella prima riunione filtrino considerazioni contraddittorie. Che si parli di valutazioni cautamente positive a fronte di un piano Tartarotti che delinea risparmi sul costo del personale per 5 milioni di euro. Che diventino centrali le schermaglie meramente tattiche sulla necessità dello sgombero della sala Fagiuoli (occupata dal 13 novembre) come condizione preliminare per proseguire la trattative. Cinque milioni di risparmio sul personale sono tanti soldi e possono voler dire tante cose (c’è pur sempre di mezzo un integrativo che attualmente costa 6 milioni all’anno, destinato all’azzeramento o quasi), ma Tartarotti ne intende soprattutto una, mai uscita finora pubblicamente: 81 esuberi, pianta organica ridotta di circa il 30 per cento, da 283 elementi a 202.

Ecco il noir: più che un taglio, una carneficina. Il numero esce dalla somma fra una ventina di amministrativi pescati fra gli addetti a biglietteria, marketing e stampa e ufficio del personale, fra tecnici di varo tipo, compresi tutti gli addetti alla scenografia (25 dipendenti circa), calcolando la chiusura del corpo di ballo e tenendo conto che sarebbero possibili circa venti prepensionamenti. In questi casi, la legge Bray permette il trattamento ante-Fornero previsto da una legge del 2008 per i dipendenti pubblici con almeno 35 anni di contributi: metà stipendio fino ai 40 anni di contributi, 70 per cento se si fa volontariato, poi pensione a prescindere dall’età anagrafica. Per chi non va in pensione, come ammortizzatore sociale la prospettiva è l’assunzione nella società governativa Ales Spa (Arte, Lavoro e Servizi), azienda che si occupa di “supporto alla tutela del patrimonio culturale italiano”.

Come la Fondazione possa funzionare con il 30 per cento di personale in meno e alcuni settori cruciali per la vita di un teatro che finirebbero azzerati, è presto detto, secondo Tartarotti: massiccio ricorso al lavoro su chiamata e forse anche a quello interinale. Quanto al prodotto e alla sua qualità artistica, problemi di altri; in questo caso, non si vede di chi: si stanno defilando tutti e il festival estivo rimane tutt’ora al palo.

Il grottesco torna nella constatazione che il sovrintendente ombra (nel senso che è evanescente come un’ombra) Girondini prevedeva, neanche un anno fa (primavera 2015), una pianta organica sulle 300 unità. E nella verifica di quanto sta scritto sul piano industriale di KPMG (costo 150 mila euro, oggi buono solo per l’archivio), datato giugno 2015, dove si indica come obiettivo la riduzione del costo del personale di 1,1 milioni all’anno. Cosa è cambiato da allora? Come è possibile che i conti siano così lontani fra loro? Dove sta l’errore? E chi ne è responsabile?

Grande è la confusione sotto il cielo, mentre il paziente Fondazione Arena peggiora a vista d’occhio, e si attende come manna dal cielo l’arrivo dei soldi del FUS, previsto a fine mese.