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Concerti

Valtinoni, musica senza barriere

Su commissione della Società del Quartetto, il compositore vicentino ha accettato la sfida di scrivere un vasto Ottetto per archi. Ne è uscita una pagina notevole per profondità, eleganza e limpida chiarezza comunicativa. Esecutori di gran vaglia, alla prima assoluta di Vicenza, i Solisti Filarmonici Italiani

Chiedere oggi a un compositore di scrivere un Ottetto per archi è sicuramente un’idea originale. Si tratta infatti di un genere non soltanto minore, ma anche raro. Se si spulciano enciclopedie e repertori, si scopre che ben pochi autori vi si sono dedicati dal primo Ottocento al Novecento. Esempio preclaro, unico ad essere oggi nel repertorio, è l’Ottetto di Felix Mendelssohn, scritto quando il musicista tedesco aveva 16 anni, dimostrazione della sua statura di ragazzo prodigio, degno di essere affiancato, quanto alla precocità, soltanto da Mozart. Nel Novecento, in maniera diversa, emergono in quest’ambito solo i nomi di Sostakovic ed Enescu.

Accettare di scrivere un Ottetto per archi è oggi una sfida che solo superficialmente si potrebbe definire “superata” o passatista. Riguarda, invece, una qualità creativa che è stata riconosciuta e coltivata come fondamentale almeno fino alle avanguardie del secondo dopoguerra, quella che si usa definire “sapiente artigianato compositivo”. Questo valore è sopravvissuto alla furia spesso inconsulta del rinnovamento fine a se stesso (e in realtà è stato sempre coltivato, più o meno sotterraneamente, dai pochi veri grandi dell’avanguardia, proprio per questo tali) ed è tornato ad affermarsi oggi, epoca in cui scrivere musica comprensibile e comunicativa, non astrusa od ostica, ha cessato di essere un peccato da scontare con l’emarginazione dall’arte “alta”. Al netto di molte altre considerazioni di forma e di stile, e prima di tutte, la questione principale è il cimento di una complessa scrittura strumentale a più parti, resa maggiormente insidiosa dal fatto che l’Ottetto rappresenta una sorta di singolare “zona cuscinetto”, un mondo di mezzo fra la musica da camera e quella per orchestra. Dell’una e dell’altra sono presenti molte peculiarità, ma non lo si può davvero definire né l’una né l’altra.

La coraggiosa commissione e l’altrettanto coraggiosa creazione di un Ottetto per archi sono dall’altra sera una ulteriore “medaglia” culturale per Vicenza, città che nel corso dei decenni ha saputo ritagliarsi un’incontestabile leadership nel mondo musicale, si tratti dell’ambito didattico, di quello organizzativo di eventi, di quello competitivo. Il committente è la Società del Quartetto, la maggiore associazione concertistica del Veneto per numero di abbonati, erede di una tradizione nata ai primi del Novecento. Il musicista che ha raccolto la sfida è Pierangelo Valtinoni, autore che ha raggiunto fama internazionale con le sue opere per ragazzi, rappresentante da un capo all’altro d’Europa. Associazione e musicista sono vicentini “doc”, come suol dirsi, e ovviamente a Vicenza, al teatro Comunale, si è avuta la prima esecuzione assoluta del nuovissimo “Ottetto concertante” per quattro violini, due viole e due violoncelli. L’esito è stato lietissimo.

Appare sempre più evidente che l’arte di Valtinoni ha come caratteristica fondante una forma di eclettismo che esclude ogni dispersività e soprattutto ogni “citazionismo” semplificatorio, ed è nutrita piuttosto da una ammirevole apertura culturale alle realtà sonore più diverse e lontane. Costruito secondo la tradizione formale in quattro movimenti, superata peraltro da una continuità espressiva fluida e quasi sempre anche tecnicamente compiuta (nei quasi 25 minuti della composizione non ci sono, praticamente, pause, ma passaggi di atmosfera, di ritmo, di linea melodica), questo Ottetto suggerisce “climi” musicali diversi senza davvero citarne alcuno; offre una ragnatela ritmica molto strutturata e coinvolgente, che può ammiccare alla musica extra-colta ma senza venirne davvero condizionata. Specialmente nella prima e nell’ultima parte domina una sicura eleganza melodica, esaltata dal ruolo quasi solistico affidato, in alcuni momenti, a un violino, una viola e un violoncello. Di qui la definizione di “concertante” per questo Ottetto, che si fa apprezzare anche per la gamma coloristica delineata da Valtinoni nel gioco fra le parti, che sono tutte solistiche eppure tutte concorrono a delineare una trama polifonica complessa, con dialoghi incrociati che sono il più autentico omaggio al genio di Mendelssohn eppure, ancora una volta, vanno oltre l’angusto ambito della musica “alla maniera di”, per esprimere un’originalità sicura, matura, convincente.

A eseguire l’Ottetto concertante c’erano i Solisti Filarmonici Italiani, ensemble di alto lignaggio che è il dedicatario dell’opera, all’insegna di un’altra verità dell’artigianato compositivo, quella che lega indissolubilmente il pensiero del creatore con l’arte dell’esecutore in un reciproco gioco di influssi. I violinisti Federico Guglielmo, Myriam Dal Don, Alessandro Ferrari e Carlo Lazari, i violisti Enrico Balboni e Mario Paladin e i violoncellisti Luigi Puxeddu e Francesco Ferrarini hanno affrontato e risolto la partitura di Valtinoni con evidenza esemplare di stile e qualità di suono, in fervido equilibrio fra le parti e con cifra espressiva duttilissima nelle dinamiche e dei colori. Tutte doti che hanno poi esaltato la conclusiva esecuzione dell’Ottetto di Mendelssohn, reso con solare chiarezza e trascinante brillantezza. In apertura, un’altra composizione giovanile di Mendelssohn, il Sestetto in Re maggiore, aveva visto unirsi ad alcuni degli archi dei Solisti Filarmonici la pianista Jolanda Violante, impeccabile nel disegnare la trina spumeggiante di una parte che ha peso quasi solistico all’interno di una composizione che in certo modo configurata come un singolare “concerto da camera” per pianoforte e archi.

Pubblico molto numeroso, applausi convinti per tutti gli esecutori e per Pierangelo Valtinoni, bis in formazione di Ottetto nel nome di Musorgskij.