Concerti

Lupo, Schumann sotto la lente

Una profonda interpretazione del pianista barese al teatro Comunale di Vicenza per l'inaugurazione della stagione della Società del Quartetto: lettura analitica e poetica, di straordinaria lucidità e musicalità Nel programma anche gli affascinanti Preludi con cui il giovane Skrjabin rese omaggio a Chopin

Il prof. Friedrich Wieck, qualificato maestro di musica, ha una pessima reputazione postuma. Padre della prodigiosa pianista Clara, acclamata interprete già quando era ancora bambina, secondo il parere unanime degli storici fu severo e opprimente oltre ogni limite, anche tenendo conto che visse nella Sassonia della prima metà dell’Ottocento. Quando un giovane musicista che gli era capitato per casa già da qualche anno gliela chiese in moglie che aveva appena 18 anni, ma era già avviata a una formidabile carriera internazionale, finì per sbroccare definitivamente, come si dice oggi. E fece di tutto per fare saltare l’idillio. Cominciò una battaglia durata tre anni, non senza risvolti legali, che si concluse con la sua sconfitta. Robert Schumann riuscì a sposare Clara Wieck.

Lei era un personaggio eccezionale non meno di lui: gli diede otto figli nel giro di un quindicennio, ma non cessò di tenere concerti e di comporre, anche quando rimase vedova, condizione nella quale visse per i secondi quarant’anni della sua esistenza. Lui – una minima giustificazione al prof. Wieck è anche giusto concederla… – era uno che avrebbe destato qualche diffidenza in qualsiasi padre, all’epoca. Uno che non solo sosteneva ma viveva le nuove teorie romantiche con tale partecipazione da diventare soggetto multiplo delle sue stesse fantasie creative, entrando e uscendo da “personaggi” molto diversi tra finzione critico-letteraria e “verità” artistico-musicale: l’irruento Eusebio, il mite Florestano, il saggio Maestro Raro… Era un tipo complicato, come suol dirsi, e non godeva di buona salute mentale. Nel suo destino ossessioni crescenti, paranoie, un tentativo di suicidio buttandosi nel Reno, manicomio e morte all’età di 46 anni, lasciando Clara con sette figli (uno era morto a un anno di età) fra i 15 e i due anni.

Artisticamente, questi tragici eventi sono talvolta riflessi in una musica che al di là della sua patina seducente, della sua forza di coinvolgimento, del suo linguaggio immediato, presenta inquietudini e rifrazioni incessanti, come in una sorta di gioco di specchi nel quale le valenze espressive si moltiplicano quasi indefinitamente, rendendo difficile capire quale sia il “vero Schumann”. E facendo di questa ambiguità – sorretta da una eccezionale ricchezza armonica – l’elemento più moderno e affascinante della sua arte.

L’enigma si è posto ancora una volta in occasione del concerto inaugurale della stagione della Società del Quartetto, affidato al pianista Benedetto Lupo. Nella prima parte della serata, questo interprete ammirevole ha infatti proposto un florilegio schumanniano davvero interessante, tutto costituito da brani nati quando il musicista stava battagliando con il futuro suocero per riuscire a impalmare Clara. Il “vero Schumann”, veniva da pensare ascoltando Lupo, è quello salottiero e colloquiale, sentimentale e un po’ lezioso dei Blümenstuck op. 19, o delle Romanze op. 28, appena appena più increspate drammaticamente; oppure quello fremente e veemente, trascinante e denso della Sonata op. 22, la sua seconda, nella drammatica tonalità di Sol minore?

La risposta, naturalmente, è che sono tutti “veri”, ma grazie a Benedetto Lupo lo si capisce come raramente accade. Perché nello stile e nell’idea con cui questo pianista propone Schumann ci sono di base un rigore analitico e una poetica lucidità che ricompongono il puzzle creativo nella migliore configurazione. E questa configurazione ha al centro lo strumento pianoforte come elemento primigenio e universale: un mondo sonoro e tecnico che precede l’invenzione melodica, l’incessante sfida espressiva, la costante tendenza ad andare oltre la forma classica, pur nell’aspirazione a conservarla. Così, i Blümenstuck risultano profumati, ma non leziosi; le Romanze trovano nello spirito narrativo che le governa una nitidezza immediata e palpitante; soprattutto, la Sonata vive di una tensione emotiva che discende dall’esperienza beethoveniana e la trasforma in fremente soggettività, sempre tenendo i furori romantici sotto lucido controllo.

Benedetto Lupo, insomma, esplora l’universo pianistico di Schumann senza negarne in alcun modo la complessità talvolta sfuggente, ma sempre perseguendo una nitidezza di superiore comprensione, che lungi dallo smorzare passione e lirismo li esalta e li riconduce ad unità creativa.

Nella serata del Teatro Comunale, come sempre affollato di pubblico, c’è poi stato posto per un’ampia parte dedicata a Skrjabin, con i giovanili Ventiquattro Preludi op. 11 che non sono solo un devoto omaggio a Chopin, ma anche l’incunabolo di una nuova idea di pianoforte, che l’autore russo avrebbe poi forgiato con visionaria energia negli anni della maturità, e che balenano in questo ciclo con intermittente poesia e costante profondità di pensiero. In questo analizzati e sapientemente rifiniti da Lupo, che ha sciorinato la naturalezza tecnica ideale per rendere scorrevoli e avvincenti pagine aspre tecnicamente e complesse espressivamente.

Successo convinto con numerose chiamate e doppio bis, sempre nel nome di Skrjabin e di Schumann.