Opera

Michieletto, promesse tradite

Alla Fenice il nuovo "Flauto magico" ambientato in una scuola non decolla mai. Racconto in grigio, senza ritualità, senza sublime e anche con poca favola. Buona la compagnia di canto, con il Papageno di Alex Esposito sugli scudi. Antonello Manacorda direttore brillante a scapito del lirismo

Sulla carta, l’idea di Damiano Michieletto per il nuovo Flauto magico della Fenice non è priva di qualche elemento suggestivo. Secondo il giovane regista veneziano – noto per spettacoli sempre improntati all’attualizzazione delle vicende – la favola bizzarra e misteriosa, filosofica e popolare, austera e comica di Mozart, non va raccontata come un percorso iniziatico nei riti e nei miti ideologici “evoluti” della massoneria (com’era peraltro nell’assunto dell’autore), ma come un viaggio soggettivo verso la consapevolezza attraverso l’educazione, che sola può dare la conoscenza. E dunque Tamino è uno studente prima svogliato e poi zelante, Sarastro (gran maestro dei saggi) il preside della sua scuola, nella quale si aggira un bidello decisamente fuori ordinanza, così trasformato l’uccellatore Papageno. Quanto alla Regina della Notte, che nell’opera all’inizio pare buona e solo dopo diventa cattivissima, Michieletto ne fa la sostenitrice di un’educazione clericale e anti-illuminista. Tanto è vero che le sue tre Dame sono vestite da suore, il che non impedisce loro di concupire Tamino. L’epoca è indeterminata, ma costumi e arredi fanno pensare agli anni Sessanta del Novecento.

Sulla scena, l’inizio è molto promettente, il seguito non mantiene le promesse. In un’aula degradata e disadorna, una grande lavagna si riempie magicamente di formule, scritte, disegni che simboleggiano lo scibile umano. Poiché Tamino vuole cancellarli, tutti questi segni si trasformano nel grande serpente che all’inizio dell’opera sta per uccidere il protagonista, salvato solo dall’intervento delle Tre Dame. Da qui in avanti, però, progressivamente lo spettacolo allenta il legame con la troppo vincolante “linea” ideata da Michieletto. L’elemento favolistico resta delegato alla pur suggestiva videografica sviluppata sulla lavagna, peraltro sfruttata meno di quanto forse si sarebbe potuto, mentre l’intricata vicenda si dipana fra le pareti dell’aula – che diventa ben presto un po’ opprimente – senza sfuggire alla rigidità narrativa, oltre che senza qualsiasi forma di ritualità, come da programma registico. Il risultato è una certa quale staticità, un grigiore diffuso che non solo taglia le unghie alla possibilità di graffiare con la vivacità della favola, ma azzera un elemento che rimane comunque fondamentale nella partitura non meno che nella drammaturgia, il senso del sublime, che in questo Mozart si spande, miracoloso, dalla dottrina del Bene e dai riti della Saggezza alle vicende degli uomini, che siano principi o figli del popolo. Sono sublimi le perorazioni di Sarastro o il superbo duetto degli armigeri che stanno a guardia del tempio, ma anche le sofferenze d’amore di Pamina, o quelle di Papageno, in un trionfo dell’umano che è il vero significato di questo capolavoro così complesso.

Abbigliati nei costumi brutti e grigiastri di Carla Teti (altre volte ben altrimenti decisiva nel “fare spettacolo”), qui i personaggi sembrano tutti sottoposti a una disciplina scolastica (appunto) forse utile ma anche un po’ oppressiva. Né il solo mutamento di scena dello spettacolo (Paolo Fantin), che porta all’esterno della scuola, in un oscuro boschetto, serve a migliorare il ritmo, a offrire qualche spunto diverso. Come in una lezione imparata a memoria, lo spettacolo si dipana restando lontano sia dalla brillantezza che dalla pensierosità.

Paradossalmente, lo spettacolo risulta pesante anche se dal podio il direttore Antonello Manacorda, trovando ottima rispondenza nell’orchestra della Fenice, persegue con grande dedizione la leggerezza, delineando tempi molto agili, suono ben lucidato, fraseggio stringente e coinvolgente. La sua scelta interpretativa sarebbe ancora più convincente, però, se tenesse conto con maggiore incisività di quanto attiene – nella partitura mozartiana – all’ambito del lirico e del drammatico, elementi espressivi che restano sfumati e quasi complementari, quando sono invece consustanziali a quasi tutti i personaggi; e anche – ancora una volta – alla grandiosità che circola nelle pagine “rituali” e alla sublime semplicità di certe invenzioni di coinvolgente forza emotiva.

Compagnia di canto di ottimo livello. Sugli scudi il Papageno di Alex Esposito, che aggira i vincoli dell’allestimento con sapienza stilistica e ricchezza espressiva in una vocalità piena e ricchissima di sfumature. Bene anche Antonio Poli, Tamino meditabondo e dalla raffinata linea di canto ed Ekaterina Sadovnikova, che offre struggimenti sentimentali di grande eleganza e profondità. Sarastro è Goran Jurić, che tiene bene il confronto con una tessitura impervia sul grave, pur concedendo qualcosa all’omogeneità timbrica in zona media e alta, e soprattutto ha la ieraticità che il ruolo impone. Olga Pudova ha risolto il virtuosismo delle due Arie della Regine della Notte con agilità e tenuta sul sovracuto. Meno evidente lo spessore drammatico che pure è fondamentale in queste pagine. Positive le tre Dame (Cristina Baggio, Rosa Bove e Silvia Regazzo), impeccabili nelle parti dei tre Fanciulli le voci bianche dei solisti del celebre Münchner Knabenchor. Teatro al gran completo, applausi convinti e alla fine prolungati.

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Pubblicato su Vvox.it