Cronache

I destini incrociati di Arena e Met

Punti di contatto fra i teatri d'opera più grandi del mondo, al chiuso (New York) e all'aperto (Verona): l'Opera House ha dovuto tagliare i costi del personale e delle produzioni per rientrare dopo che il deficit l'anno scorso era arrivato a 22 milioni di dollari, per l'anfiteatro romano si vuole seguire la stessa strada ma le trattative sono ancora ferme. E intanto il debito della Fondazione è a 34,8 milioni di euro

Lo scorso febbraio, mentre infuriava il toto-nomine per la sovrintendenza della Fondazione Arena, il sindaco di Verona Flavio Tosi è volato negli Stati Uniti. Quand’è partito, in pole position c’era il commercialista Enrico Ghinato, amministratore delegato del sito termale Aquardens, a Pescantina, Valpolicella. Poco dopo il suo ritorno, dal cilindro è rispuntato l’uscente Francesco Girondini, che fino a poco prima aveva escluso qualsiasi disponibilità al rinnovo. Ai primi di marzo, Girondini succedeva a se stesso. Ritrovando sulla scrivania, che volentieri avrebbe lasciato, la patata bollente di conti disastrosi.

Chissà se Tosi nel frattempo aveva colto l’occasione del tour americano per incontrarsi con Peter Gelb, da quasi 10 anni general manager del Metropolitan Opera House di New York, il celebre Met. Lo avrebbe trovato nel cuore di una stagione molto difficile, la prima dopo l’aspra trattiva con i lavoratori artistici e tecnici del più importante teatro d’opera americano, uno dei maggiori al mondo, cruciale per mettere un riparo al tracollo dei conti. Una stagione che si era aperta, nel settembre 2014, con il deficit record di 22 milioni di dollari (oltre 19 milioni di euro). Poche settimane prima, nel cuore dell’estate, Gelb aveva rinnovato il contratto quadriennale dei lavoratori del Met, spuntando una riduzione dei loro stipendi del 7 per cento. E non senza avere minacciato, nella fase calda della trattativa, una serrata che non avrebbe avuto precedenti. Ma anche una stagione che alla fine qualche effetto sui disastrati conti del Met l’ha avuto, se è vero che la settimana scorsa l’inaugurazione 2015 è stata salutata dal ritorno del surplus (poco più di un milione di dollari).

Nessuno si illude, in America e soprattutto all’interno della sceltissima pattuglia dei miliardari (in dollari…) che supportano il Met, che i problemi siano tutti alle spalle. Resta evidente la crisi di pubblico, con un’occupazione del teatro che è scesa dall’oltre 90 per cento degli anni d’oro a una media di poco superiore al 70 per cento. E con sprofondi inquietanti, per alcuni titoli, addirittura sotto il 50 per cento. Anche se bisogna pur tenere conto del fatto che il Met è il più grande teatro d’opera al chiuso del mondo: 3.800 posti. Forse per questo Gelb ha messo insieme per il 2015-2016 una stagione totalmente tradizionale. Su 25 titoli, nel Novecento si sbuca solo con la Turandot di Puccini e la Lulu di Berg; per il resto, è il trionfo dell’opera dell’Ottocento, nei suoi titoli e autori più noti e gettonati.

Il Met non è l’Arena, ma il parallelismo (ora a cifre ridotte e ora allargate) esiste e non può non colpire. Si parla dei due più grandi teatri d’opera al mondo, rispettivamente al chiuso e all’aperto. Di gestioni problematiche dal punto di vista economico; di taglio al costo dei dipendenti, già effettuati a New York, affermati come indispensabili a Verona, anche se in misura ben più bassa di quella ottenuta da Gelb, che era partito dal 16 per cento, provocando una mezza sommossa. Qui siamo a circa il 4 per cento dell’intero costo del lavoro, che nel 2013 era sopra i 27 milioni di euro e che Tosi vorrebbe ridurre di 1,1 milioni.

Si parla di disaffezione del pubblico, con dati percentuali di (scarsa) occupazione del teatro che non sono molto lontani fra loro. Anche se è ancora più impegnativo che a New York portare in Arena, tutte le sere di spettacolo, 12 mila persone. Si osserva – pur nella enorme differenza di mole produttiva – un’analoga politica “conservativa”, peraltro in vigore all’Arena ormai da qualche anno, inaugurata al Met solo in questi giorni.

E poi, i due teatri hanno in comune la presenza molto importante di un grande nome della regia come Franco Zeffirelli. A New York, Gelb ha cominciato ad avere problemi (con il suo “board” di finanziatori non meno che con il pubblico) quando ha iniziato a “chiudere” alcune storiche e popolarissime produzioni zeffirelliane per fare spazio a regie molto innovative, ma anche molto contestate e spesso costose in maniera esorbitante. Un reportage dell’autorevole settimanale “New Yorker” riportava in primavera il caso della nuova edizione della “Tetralogia” di Wagner, affidata nel 2010 a Robert Lepage del Cirque du Soleil. Una produzione kolossal e super tecnologica costata 20 milioni di dollari secondo il teatro, oltre 40 milioni per osservatori indipendenti che hanno calcolato anche i costi indiretti (si parla dell’intero Ring, cioè di quattro opere).

A Verona, Zeffirelli continua a restare la spina dorsale della programmazione in Arena, in qualche annata persino in esclusiva. I costi di queste produzioni non sono mai emersi con chiarezza, ma non è nemmeno così sicuro che lo sfruttamento degli allestimenti in ripetute edizioni, anno dopo anno, sia economicamente conveniente. Un addetto ai lavori di alto livello, che preferisce non essere citato, sostiene ad esempio che per la natura stessa degli spettacoli zeffirelliani (sempre di grandi masse), le riprese sono comunque molto costose e non portano affatto a un’ottimizzazione, a una “spalmatura” dell’investimento iniziale.

Un discorso sui costi delle produzioni nell’anfiteatro non è mai stato aperto davvero (a New York, Gelb è finito in croce, per questo) ma sarebbe l’ora di farlo. Anche per capire per quale motivo, senza nuovi allestimenti e con il costo dei dipendenti quasi fermo o in ascesa moderata (+2,3% in cinque anni, secondo i sindacati), i conti continuino a peggiorare. Poco più di una settimana fa, il Sole-24 Ore ha pubblicato un’elaborazione a partire dagli ultimi dati di bilancio delle fondazioni liriche, dalla quale emerge che nel 2014 il debito della Fondazione Arena è arrivato a 34,8 milioni, contro i 29,8 del 2013. Solo quattro altre fondazioni sono messe peggio. Fra il 2013 e il 2014 il valore della produzione (incassi compresi) è sceso da 53,5 a 44,8 milioni. I costi della produzione sono scesi di più (da 59,8 a 50,2 milioni), ma lo sbilancio 2014 fra valore e costi resta alto (5,4 milioni), pur se in calo di 900 mila euro rispetto al 2013.

Con queste cifre, la trattativa per i tagli dovrebbe essere già avanzata e invece è ancora al palo, salvo la riduzione delle serate di spettacolo, che l’anno prossimo saranno 46 invece di 54. Peraltro, una decisione tutt’altro che dell’ultima ora, ma che sembra cogliere di sorpresa molti, evidentemente assai distratti. Tutto il resto è ancora nell’ambito dei si dice di un piano industriale visto da molti, eppure mai svelato ufficialmente. Un piano dal quale il discorso artistico, a quel che si sa, manca completamente. Anche per questo, essere ottimisti sulle sorti della Fondazione Arena in questo momento sarebbe davvero solo un atto di fede.