Opera

Cocteau iscritto all’espressionismo

A Venezia "La voix humaine" di Poulenc come una sorta di seguito del "Diario di uno scomparso" di Janacek. Il tutto confezionato come giallo-noir, con tanto di delitto, dal giovane regista Gianmaria Aliverta. Ma si perde molto sia dei lieder dell'autore moravo che della sofisticata partitura del francese

Gli ingredienti sono una raffinata raccolta di pezzi per voce e pianoforte scritti dal compositore moravo Leos Janacek nel 1917, oggi di rarissimo ascolto, e uno dei più famosi monologhi del teatro del Novecento, firmato nel 1930 da Jean Cocteau, nella versione musicale che un trentennio più tardi ne realizzò Francis Poulenc. I lieder hanno un titolo affascinante, Il diario di uno scomparso, ma non sono un’opera anche se delineano un racconto di forte impatto emotivo, talvolta drammatico. Sono la confessione dell’ossessione erotica di un giovane contadino per una bella, misteriosa e fatale zingara; ma anche il racconto della sua presa di coscienza e alla fine della sua liberazione nell’accettazione di quell’amore sconvolgente. Contro le convenzioni sociali e morali, la sua vita sarà con quella donna, che presto gli darà un figlio. Il monologo ha un titolo altrettanto intrigante, La voix humaine, e una drammaturgia fondata sulla capacità dell’unica interprete in scena, che non ha nemmeno un nome (è “Elle”, lei), di rendere evidente la catastrofe di un amore in parallelo con la sua personale, nel corso di una disperata telefonata con l’amante che la lascia, ma del quale non si sente mai una sola parola. E l’ossessivo malfunzionamento della comunicazione (un dato realistico, nel 1930) diventa l’emblema di una incomunicabilità profonda e alla fine tragica.

La ricetta creata con questi ingredienti dal trentunenne regista Gianmaria Aliverta – che si è fatto notare negli anni scorsi per le sue realizzazioni “low cost” – è una bizzarra invenzione (scene Massimo Cecchetto, costumi Carlos Tieppo) che vuole fare di queste due storie una sola. Il trait-d’union è un non-personaggio di Janacek (la fidanzata scelta per il contadino dal padre) che diventa la “Lei” di Cocteau e Poulenc. Il tutto serve a costruire un giallo che alla fine si rivelerà molto noir, con un cadavere non solo non previsto, ma decisamente senza senso. Ma non vorremmo “dare spoiler” (come si dice adesso per chi svela i particolari delle serie Tv) a chi volesse recarsi al teatro Malibran di Venezia, dove questo “dittico” è in scena fino a martedì prossimo per la stagione della Fenice, e quindi ci fermiamo qui con i particolari. Anche se non si può tacere che la tragica fine della “Lei” di Cocteau, sempre angosciosamente in sospeso nella pièce, qui diventa un rumoroso “coup de théâtre”.

Anche il giovane Aliverta, insomma, pur avendo trascorsi come cantante sente il bisogno sempre più diffuso di “pasticciare” l’opera per renderla gradevole a un pubblico che ormai si suppone sempre svogliato, disinteressato, finito in sala per caso, desideroso di vedere qualcosa che gli sembri familiare come, appunto, una serie tv o un film. Forse un ruolo importante in questa bizzarra invenzione ha avuto l’eterogeneità delle componenti di questo “dittico”, che ha in comune solo il “tema d’amore” ma con prospettive molto diverse. Estranee l’una all’altra. Si poteva metterle in scena in quanto tali, ed era già un bel problema drammaturgico. Inventare una terza storia che le unisce richiede un grande sforzo di fantasia creativa, inutile se poi si finisce per tradirle.

Di fatto lo spettacolo, nella difficile impresa di dare senso teatrale ai lieder di Janacek trascura completamente la componente contadina, arcaica, naturalistica che scorre in questa musica bellissima ed evocativa, che parla non solo di amore e di sesso, ma anche di foreste, di animali selvatici, di buoi che tirano l’aratro, di duro lavoro nei campi. E invece tutto si svolge in un salotto–camera da letto borghese, dove un poliziotto scopre appunto il “diario dello scomparso” (ed è lui a cantare i lieder). Quella sarebbe – “crime scene” a parte – l’ambientazione “tipica” per La voix humaine, che invece ha luogo nella squallida (e deserta, è ovvio) astanteria di un pronto soccorso, con “Lei” sotto flebo per essersi ferita (alla fine si capirà come e perché). Un po’ alla volta ci si rende conto che la telefonata (con cellulare, va da sé; e quando si parla di filo, opportunamente salta fuori il carica batterie) è un lungo delirio immaginativo e così Poulenc finisce iscritto, in ritardo, ai cultori del teatro espressionista. Cosa che non sarebbe piaciuta nemmeno a Cocteau, indagatore della disperazione moderna sotto ben altre logiche stilistiche.

Di questa lettura si fanno carico sia il direttore Francesco Lanzillotta, che non si cura più di tanto della sofisticata strumentazione di Poulenc e preferisce un fraseggio duro e massiccio; sia il soprano Ángeles Blancas Gulín, che disegna una Lei di notevole valore vocale ma aspra, portata al grido più che alla sofisticata disperazione. Nella prima parte, eccellente il tenore-ispettore Leonardo Cortellazzi per linea vocale, tenuta sull’acuto, pronuncia; e molto bene anche la zingara Zefka di Angela Nicoli. Elegante e intenso l’accompagnamento al pianoforte di Claudio Marino Moretti.

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Pubblicato su Vvox.it