Oltre la musica

Dante, un addio con acrimonia

All'Olimpico "Odissea - Movimento n. 1" (con gli allievi del suo corso al Biondo di Palermo) è un saggio di fine anno che al massimo si poteva dare al San Marco. La regista lascia il Ciclo di spettacoli classici e la "provinciale Vicenza" senza aver mai lasciato davvero il segno e fra molte incomprensioni

Cosa dovremmo pensare, che dopo il putiferio intorno ad Angélica Liddell e alle sue presunte dissacrazioni con autoerotismo religioso, Emma Dante si è divertita a fare marameo a chi va al teatro Olimpico, allineando dieci-proci-dieci vestiti da coatti con cappelluccio d’ordinanza in testa, a farsi una pippa collettiva (per finta, sia chiaro…) al cospetto delle venerande vie di Tebe, spalle al pubblico?

Oppure che, in procinto di lasciare la provinciale Vicenza e il suo teatro antico, abbia voluto far sapere cosa ne pensa di questo insopportabile e polveroso vecchiume, piazzando i suddetti 10 baldi giovanotti palermitani (che aspirano a fare gli attori) sotto la porta regia per una liberatoria (e finta, beninteso…) pisciata davanti alla “frons scenae”?

Non lo pensiamo, anche se un’intervista uscita sul Giornale di Vicenza la mattina dopo il debutto del suo spettacolo il tarlo del dubbio lo lascia, perché la signora appare livorosa anzichenò, e ansiosa di fare le valigie forse ancora più di quanto non sia desideroso di accomiatarla chi l’ha ingaggiata (la Fondazione del Comunale per conto del Comune).

Pensiamo invece che Emma Dante un po’ ci prenda in giro quando a proposito di “Odissea – Movimento n. 1” proclama che trattasi di spettacolo autentico, frutto di un anno di lavoro con gli allievi di una scuola di teatro in quel di Palermo. In una settantina di minuti (dovevano essere 90, secondo il programma di sala, ma l’unica tradizione che resiste anche per la Dante evidentemente è quella sintetizzata nell’antica boutade: “battuta tagliata, mai fischiata”), quello che si vede è proprio un saggio di fine corso, anche se non privo di elementi d’interesse. Un saggio palermitano, chissà perché portato a Vicenza, Veneto, dove le scuole di teatro sono numerose come le scuole dove si fa teatro; e chissà perché piazzato all’Olimpico. Questioni già poste, ma tant’è.

Siamo contenti per i giovani siciliani, che così hanno fatto un’esperienza eccezionale (con i 10 baldi giovanotti c’erano 12 simpatiche ragazze: tutti impegnatissimi e con ogni evidenza appassionati). Ma questo frammento di Odissea era fuori posto, nel senso primo del termine: il suo palcoscenico ideale era il San Marco, dove i gruppi teatrali delle scuole venete si sfidano a colpi di classici e nessuno si sogna di aspirare all’Olimpico. Lì sarebbe stata più accettabile la recitazione, come dire, un po’ naïve e un po’ a orecchio dei ragazzi; molti avrebbero apprezzato il lavoro non trascendentale ma coerente sul testo omerico, le due belle canzoni cantate con proprietà e sentimento. Almeno un paio di momenti avrebbero posto lo spettacolo in pole-position per la vittoria, e specialmente la scena in cui Penelope finisce “sepolta” da un lunghissimo velo nero che frusciando passa da un ragazzo all’altro in una specie di lunghissimo serpentone. Momento performativo che nessuno può provare a spacciare per nuovo od originale, ma che una sua forza visiva ce l’ha, a bilanciare il grottesco inutile (gli dei fanno sempre la figura dei pirla: ma quand’è che qualcuno li rivaluterà?) o la singolare chiusa tipo musical, con le “girls” a mo’ di aspiranti miss in costumi da bagno di tutti i colori, rifrazione e moltiplicazione (anche questo, mica nuovo…) della bella ninfa Calipso, che invano tenta di trattenere Odisseo.

Folto pubblico studentesco, con larga partecipazione anche di insegnanti. Tutti contentissimi. Tutti evidentemente convinti, da Emma Dante in giù, che il teatro Olimpico sia un luogo di spettacolo come un altro. Può darsi. Per chi non ne è convinto, non è detto che l’alternativa sia semplicemente, come sosteneva in anni lontani il sen. Giustino di Valmarana, un bel catenaccio alle porte per proteggere il monumento. Una via di mezzo esiste e qualche volta la si è trovata, come dimostra la storia degli spettacoli sulla scena palladiana.