Oltre la musica

L’amore? Cercando Dio, un calvario

Dopo le polemiche, in scena al teatro Olimpico "Lettera di San Paolo ai Corinzi" di/con Angelica Liddell: uno spettacolo tragico e talvolta disperato, molto barocco e quindi ridondante, che nella parte più radicale si gioverebbe di una minore indulgenza per il superfluo. Grande prova d'attrice

Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi – che ha ricevuto dopo la prima rappresentazione al teatro Olimpico più di cinque minuti di applausi convinti – è uno spettacolo al femminile sul senso di sé e sulla ricerca di significato nell’esistenza, che entra ed esce continuamente dal pensiero religioso e dall’anelito alla fede e all’amore. Un lavoro tragico e in qualche momento disperato, animato talvolta da un immaginario trasgressivo ed eversivo, sempre barocco, ridondante, anche disturbante, che nella sua esacerbata cifra esistenziale nega ogni rapporto con qualsiasi “classicità” pacificatrice. Per questo la scena di Palladio e Scamozzi è rimasta un contenitore neutro, sostanzialmente ignorato, anche se un’interazione sarebbe stata possibile, se solo non si fosse trattato di un allestimento in tournée. Ma la strada da percorrere, per fare di nuovo grande il festival vicentino, non può essere quella dell’anticlassicità.

Lo spettacolo è centrato intorno a un grandioso monologo (Lettera della Regina del Calvario al Grande Amante) nel quale la straordinarietà di Angélica Liddell come attrice supera di gran lunga la sua qualità come autrice di un testo costruito sul concitato e febbrile accumulo di immagini, citazioni e parole sensuali, violente, talvolta feroci, spesso enigmatiche. Il tema d’amore è un “tòpos” della letteratura europea fin dai suoi primordi e proprio per questo nasce indissolubilmente legato al tema del rapporto con Dio e alla bipolarità profano-sacro. Nel monologo si espande come un flusso di coscienza incontrollabile, a tratti delirante, altrove di lucidità forse apparente ma capace di schiudere finestre di senso comune che offrono un appiglio all’ascoltatore smarrito e travolto da questa alluvione di parole.

Le mani nelle tasche del vestito rosso lungo, spesso quasi immobile al centro della scena olimpica, ricoperta di rasi di egual colore, l’interprete catalana costruisce una formidabile varietà di registri espressivi con una voce di duttilità estrema, accelerando talvolta quasi in un paranoico grammelot, altrove delineando la cifra di una insidiosa quotidianità, sempre trovando la chiave per far passare l’affabulazione con magnetica efficacia.

La lunga confessione di cui consiste il monologo appare alla fine come la psichica esaltazione di un Ego che si espande ben oltre il proclamato e fideistico annullamento di sé a favore dell’oggetto d’amore (un uomo-Dio ambiguo e lontano). E che non a caso fa del Cristo – sempre nudo, il corpo dorato, all’inizio munito di valigetta 24 ore, alla fine intento a impugnare una zappa, però mai in scena nel cuore dello spettacolo – ciò che in termini del teatro di tradizione si definirebbe un comprimario.

Il momento più sconcertante e forte si ha quando alla fine del monologo la parola sembra cedere il passo alla musica di Bach (dalla Cantata pasquale BWV 4, su testo attribuito allo stesso Lutero, che esalta il mistero e la gloria della risurrezione). In realtà, a quel punto è il corpo di Angélica Liddell che inizia a parlare, scandendo la maestosa polifonia bachiana con una gestualità psicotica, primordiale e apparentemente incontrollata. Qualcosa su cui non è facile mantenere lo sguardo, ben più di quanto non accada nei momenti più esteriormente trasgressivi dello spettacolo, si tratti del prelievo di sangue al Cristo, con immediato spargimento dello stesso da parte della Liddell; o del taglio rituale dei lunghi capelli biondi di una comparsa dotata di ammirevole spirito di sacrificio.

Tutto questo (come pure l’ingresso delle cinque donne rapate a zero e nude, altrettante Maddalene che proiettano l’immaginario della Regina del Calvario) avviene dopo che il centro focale della rappresentazione è stato raggiunto. E anche se non si può dire che l’autrice-attrice-regista catalana si compiaccia dell’effetto, resta l’impressione che uno sveltimento non potrebbe che giovare alla resa complessiva, pur riconoscendo che lo scopo perseguito è in questo caso – su un testo che ricalca piuttosto fedelmente la Lettera paolina – una sorta di ritualità liberatoria nel suo essere implicitamente dissacrante.

All’inizio, poi, lo spettacolo è lento a prendere quota in una lunga parte solo mimica nella quale al Cristo di Sindo Puche si affianca una figura femminile interpretata da Victoria Mariani. A consultare il testo fatto avere ai giornalisti poche ore prima dell’andata in scena, questa dovrebbe essere la parte della “Lettera di Marta a Tommaso” ispirata a Ingmar Bergman, che è anche l’autore dell’epigrafe di tutta la serata: “La fede è come amare qualcuno che è lì fuori, nella nebbia, e non si rivela mai per quanto forte lo si chiami”. Ma all’Olimpico nulla di quel testo è stato recitato. Un solo taglio è stato ammesso dagli organizzatori, l’omissione di una parte all’inizio del monologo, quando Angélica Liddell arriva in scena con la sigaretta accesa, circondandosi di nuvole di fumo: in un teatro qualsiasi si può fare, all’Olimpico proprio no.

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Pubblicato su Vvox.it