Concerti

Gli specchi di Sciortino

Orazio Sciortino è un pianista-compositore. E questo dice molto della sua originalità, almeno in Italia. La categoria è antica e gloriosa (lo sono stati Mozart e Beethoven, Chopin e Rachmaninov e tutta una schiera di virtuosi ottocenteschi), ma il giovane musicista siracusano-milanese interpreta il ruolo secondo la complessità post-moderna, in una maniera molto più composita di quella dei suoi illustri “antenati”, che si limitavano a comporre per sé stessi i pezzi che servivano al loro ruolo di virtuosi. Lo fa anche Sciortino, naturalmente, ma in maniera tutto sommato marginale. La sua particolarità consiste invece nell’acutezza dello sguardo con cui guarda alle musiche del repertorio e cerca al loro interno e nel rapporto con brani molto meno noti e frequentati segrete corrispondenze, analogie e richiami che sono tecnici non meno che estetici, culturali in senso lato, anche biografici.

Il risultato è che i programmi dei suoi concerti sono essi stessi composizioni, singolari creazioni artistiche, che il trentunenne pianista non manca di spiegare al pubblico, offrendo ulteriori strumenti di comprensione.

Nella Sala Maffeiana del teatro Filarmonico di Verona, ad esempio, Sciortino ha proposto un recital intitolato “Strauss allo specchio”, che come prometteva il titolo ha offerto prospettive (e “diffrazioni”) niente affatto abituali o scontate fra due autori che non è frequente trovare appaiati. Il fulcro consisteva nella personale rivisitazione di Sciortino delle Suite orchestrali che l’autore bavarese realizzò sul suo capolavoro operistico, Der Rosenkavalier (con i materiali interpolati e ridisposti secondo un disegno molto efficace). Intorno ad essa c’era una raccolta giovanile straussiana, intitolata Stimmungsbilder (termine che fonde i concetti di immagine e di stato d’animo), e una delle più celebri composizioni dello stesso Schumann, il Carnaval op. 9, che consiste com’è noto in una sorta di rappresentazione del carattere delle maschere carnevalesche, prima ancora di essere un album di popolarissime “scenette musicali”.

Il giovane Strauss guarda a Schumann e ne filtra la poetica in un tratto più introverso e coloristicamente denso, del resto prefigurato nello Schumann della tarda maturità. Il giovane Schumann coglie già nel Valzer, che scorre in vario modo attraverso il “Carnaval”, quel fondamento estetico quasi onnicomprensivo che lo Strauss maturo porterà a lancinante perfezione.

Il risultato, dal punto di vista interpretativo, è da un lato la tenerezza complice nello svelare la nascita dell’arte di Strauss dallo spirito del Romanticismo, dall’altro lo Schumann più asciutto e depurato dalla maniera romantica che mi sia capitato di ascoltare da molto tempo, grazie a un Carnaval imbevuto di “filosofia” e senza la minima concessione alla stucchevolezza dell’effetto fine a se stesso.

Tocco, suono e dinamiche erano commisurate limpidamente al pensiero interpretativo e creativo. E il pubblico ha mostrato di gradire moltissimo.