Concerti

Cinquanta sfumature di Bach

András Schiff al Teatro Olimpico di Vicenza: un "rito" seguito da un pubblico internazionale che si ripete dal 1998, sempre insieme alla sua orchestra, la Cappella Andrea Barca. Questa volta nel nome del sommo Cantor, di Mozart, Haydn e Brahms

Da quando è stato “folgorato” dall’Olimpico, opera ultima di Andrea Palladio, András Schiff torna a Vicenza ogni primavera per far musica nel teatro coperto più antico del mondo. Dal 1998, il pianista ungherese ha costruito – con i buoni uffici degli Amici della Musica, prima, e della Società del Quartetto, poi – un festival molto personale e caratterizzato, in continuo divenire dal punto di vista artistico e della formula e sempre di alto livello.

Inizialmente, si trattava di un incontro fra pochi amici musicisti che facevano corona al solista in programmi di raffinata impronta cameristica, lasciandogli peraltro lo spazio di recital memorabili, specialmente nell’ambito bachiano e beethoveniano. In seguito, l’Olimpico è diventato in certo modo “incubatoio” delle aspirazioni direttoriali del pianista, cresciute insieme alla formazione di una sua orchestra “personale” , che infatti si chiama, con trasparente allusione, Cappella Andrea Barca (perché Schiff in tedesco significa barca). I programmi hanno avuto da allora un indirizzo sempre più nettamente sinfonico, comunque improntato a un ristretto ambito di autori, quelli ritenuti dal pianista “adatti” alla scena dell’Olimpico: la trimurti del Classicismo viennese, Haydn-Mozart-Beethoven, Schubert e Brahms, un po’ di Schumann e di Mendelssohn, qualche sporadica incursione verso Janácek o Bartók. E naturalmente, Bach in abbondanza.

Da allora, Vicenza è la piazza italiana esclusiva della Cappella Andrea Barca (altrove protagonista in sedi prestigiose come Salisburgo o Lucerna) e progressivamente il genere sinfonico e cameristico si è allargato anche all’ambito sacro, con il coinvolgimento di una delle migliori formazioni corali venete e italiane, la Schola San Rocco, fondata e diretta a Vicenza da Francesco Erle. Può darsi che questa impostazione abbia un po’ deluso i fan del pianista solista, visto che i recital si sono fatti sempre più rari e infine sono scomparsi completamente dai programmi. E forse ad essi ha pensato Schiff quest’anno, impaginando una locandina tutta improntata allo spirito concertante e costruita per serate monografiche: Bach, Mozart e Brahms i protagonisti, con l’interludio ormai tradizionale di un’escursione nella basilica paleocristiana di San Felice per una delle ultime Messe di Haydn.

PIANOFORTE E ORCHESTRA, dunque. La prima serata ha riproposto una formula che recentemente Schiff ha realizzato a Berlino: integrale dei Concerti di Bach per clavicembalo e archi – il Cantor li adattò da precedenti sue pagine concertanti per le esecuzioni pubbliche al Caffè Zimmermann di Lipsia negli anni Trenta del Settecento – con la sola esclusione di quello che deriva dal Quarto Brandenburghese, per il fatto che richiede nell’organico strumentale anche due flauti.

Definire filologiche le scelte esecutive di Schiff, specialmente in veste di direttore, sarebbe fuorviante. Sono scelte molto libere e sempre di squisita musicalità, dunque “barocche” in senso quasi filosofico, indifferenti anche se perfettamente consapevoli delle questioni su cui la prassi esecutiva si arrovella da tempo (organici, vibrato, arcate, dinamiche). In questo caso, la Cappella Andrea Barca si è presentata con un organico molto robusto (otto violini primi e otto secondi, cinque viole, quattro violoncelli, due contrabbassi), tale da richiamare una tradizione esecutiva storica tipica della prima metà del Novecento e con le sue radici nel Romanticismo tedesco. E tuttavia, il suono è riuscito spesso di buona trasparenza, grazie all’abilità degli esecutori e mai si è avuta la sensazione di pesantezza tipica di quella tradizione. Merito anche di scelte di tempo molto agili, di sottolineature ritmiche estroverse. E naturalmente del pianismo di Schiff, affascinante per eleganza, profondità concettuale “incarnata” nel suono, capacità di equilibrare destra e sinistra con analitica evidenza e coinvolgente chiarezza.

LA RELIGIOSITÀ DI HAYDN era al centro del secondo appuntamento, dedicato alla Theresienmesse (1799). Religiosità e scrittura sinfonica, con il coro protagonista assoluto a fianco dell’orchestra e una prova davvero brillante della Schola San Rocco, particolarmente versata nel repertorio del Classicismo per nitidezza di pronuncia, equilibrio fra le sezioni ed omogeneità di colore.

L’ACCADEMIA MOZARTIANA di cui consisteva la terza serata ha confermato la filosofia di Schiff. Il concerto (una maratona con oltre due ore e mezzo di musica) era configurato come vetrina solistica per gli eccellenti fiati della Cappella Andrea Barca. Si è partiti dal Concerto per fagotto K. 191 e si è proseguito con K. 314 (flauto e orchestra), K. 622 (clarinetto e orchestra) e K. 447 (corno e orchestra), non senza un pezzo per oboe e orchestra che era in realtà l’adattamento di un’Aria del soprano dall’opera incompiuta Zaide. In queste occasioni, l’organico dell’orchestra è stato mantenuto in una misura media, ma così non è stato per il gran finale della serata, affidato al Concerto per pianoforte in Do minore K. 491. Schiff ha infatti “caricato” lo strumentale fino a dieci violini primi, con sei violoncelli, cinque viole e quattro contrabbassi, ma la scelta, sulla carta “romantica”, ancora una volta è stata mediata da un approccio molto equilibrato. Così, la drammaticità dell’atmosfera è emersa con la misura più opportuna, nel dialogo tra fiati e pianoforte non meno che nelle aperture “sinfoniche” dell’orchestra, e lo stile è parso appropriato nell’eleganza dei colori e nella precisione del fraseggio.

LA SERATA FINALE era tutta per Brahms e aveva come culmine il secondo Concerto per pianoforte. Nell’affrontarlo, Schiff è rimasto in pratica ancorato all’organico orchestrale utilizzato per K. 491. Un modo per dire che nel secolo che separa questi due capolavori tutto era cambiato senza che nulla davvero cambiasse nel profondo. Grazie alla qualità della Cappella Andrea Barca, il pianista ha potuto sostenere la sfida di essere anche il direttore di questa monumentale partitura, come quasi mai avviene. In effetti, forse in qualche passaggio del terzo e dell’ultimo movimento l’interazione fra orchestra e tastiera non è stata assoluta, ma nell’insieme ha fatto premio la forza di una resa musicale “globale”, sostenuta dai pilastri dello splendore timbrico dell’orchestra (con i fiati in sontuosa evidenza) e della forza espressiva di un’interpretazione pianistica ricca di passione nei primi due movimenti, di sofisticata poesia nell’Andante, di tensione virtuosistica nell’Allegretto conclusivo.

Pubblico da molti paesi europei, sempre entusiasta e pronto all’ovazione. Alla fine il cerchio si è chiuso nel nome di Bach: come commiato, l’Aria delle Variazioni Goldberg.