Sempre più spesso Alexander Lonquich si misura con la direzione d’orchestra, non solo nel repertorio concertante, in cui fonde il ruolo del solista con quello del direttore, ma anche in quello sinfonico “puro”. È dunque quasi una rarità vederlo fare un passo indietro e “limitarsi” alla tastiera: è quello che è accaduto al teatro Comunale di Vicenza in occasione del concerto che chiudeva la stagione dell’Orchestra del Teatro Olimpico, quando ha ceduto il podio a un vecchio amico, Umberto Benedetti Michelangeli, per l’esecuzione del secondo Concerto di Chopin.
Anche questa scelta di programma era tutto sommato fuori dalle coordinate abituali di Lonquich, in ambito concertante grande e reputato “navigatore” del Classicismo fra Mozart e Beethoven, in quello solistico attento inoltre al Romanticismo tedesco.
Ma al di là del gusto e della naturale adesione stilistica, questo interprete colto e profondo ha molto da dire anche al cospetto del Concerto in Fa minore, il primo che Chopin compose, quando ancora non aveva lasciato definitivamente Varsavia, ma il secondo ad essere pubblicato. La caratteristica principale di questa pagina, meno popolare ma non meno interessante del Concerto n. 1, consiste essenzialmente – al di là dell’estroversa eleganza – nella giustapposizione di lirismo sentimentale e intensità drammatica.
Il luogo quasi teatrale in cui il confronto accende la poesia è in particolare il Larghetto, nel quale lo squisito lirismo del tema principale viene contrastato da un tema secondario di forte contrasto, dall’accentuazione quasi recitativa e vocalistica. Lonquich lo restituisce con evidenti riferimenti a certa dolcezza schubertiana da un lato e alla lezione di Beethoven dall’altro, maestro di tensione espressiva. È uno Chopin consapevole di quale sia il “main stream” della musica europea, oltre le necessità della scrittura alla moda e del virtuosismo, liberato dal cliché del sentimentalismo fine a se stesso.
La serata si era aperta con le rarefatte allusioni classicistiche di Ravel nel Tombeau de Couperin e si è chiusa con le solide architetture sinfoniche della mozartiana K. 550. Trasformata da un anno in formazione giovanile selezionata con bando in tutta Italia, non facilitata da una certa difficoltà a mantenere stabile nell’arco della stagione l’organico, l’Orchestra del Teatro Olimpico ha mostrato discreta qualità nei fiati e un apprezzabile ordine negli archi; Benedetti Michelangeli ha cercato sottigliezze dinamiche e articolazione fra le sezioni sia in Ravel che in Mozart, spesso a discapito (specie nel salisburghese) della vivacità nel fraseggio. Pubblico numeroso e convinto negli applausi.
