Alceste di Gluck (Vienna, 1767) ha il singolare destino di essere l’opera-manifesto di una riforma melodrammatica mai compiuta veramente. Semplificazione vocale e approfondimento del recitativo come luogo drammatico fondamentale, ampliamento del ruolo dell’orchestra e del coro (in questo caso, sulla suggestione della tradizione tragica), primato della parola, di cui la musica dev’essere “ancella”: le idee di Ranieri de’ Calzabigi (l’autore del libretto), accolte e fatte proprie dal musicista, delineano un rinnovamento destinato a restare incompiuto, perché non riuscirà mai a costruire un vero e proprio genere melodrammatico autonomo e nuovo. Ma sono idee che comunque germoglieranno nel teatro musicale nell’Ottocento e oltre, contribuendo in maniera decisiva a disegnarne lo stile e il senso stesso fino alle soglie della modernità.
La misteriosa “tragedia a lieto fine” di Euripide, semplificata ma non stravolta, assume nella partitura gluckiana la scansione di un rituale severo, profondo, effettivamente rivoluzionario, se si pensa al pensiero melodrammatico dominante all’epoca. È una drammaturgia coinvolgente, fatta di declamazione vocale variamente modellata, dall’arioso al recitativo tragico, sottolineata da un’orchestra di inusitata ricchezza timbrica, scandita da interventi corali maestosi e profondi. Che espungono volutamente ogni “frivolezza” contrappuntistica.
E tuttavia, l’intenzione formale non è soccorsa dalla ricchezza inventiva: la struttura è mirabile, ma l’opera contiene troppo poca musica avvincente per risultare memorabile oltre la sua importanza ideologica. E del resto lo stesso compositore provvederà a “riformare” per le scene francesi la sua opera-manifesto, confermando la sua adesione ai meccanismi consuetudinari della produzione operistica dell’epoca. Ma insomma, Gluck non è Mozart (del resto, sempre sostenitore invece del primato della musica sulle parole), che con la sua Clemenza di Tito, neanche 25 anni dopo, indicherà con altrimenti sconvolgente creatività la via del classicismo operistico.
Accade così che Alceste sia per la Fenice, dov’è in scena fino al 28 marzo, una prima assoluta, peraltro applaudita con calore e confezionata in bello stile. La regia di Pier Luigi Pizzi è mirabile nella recitazione, nella gestualità, nei movimenti dei personaggi e del coro; meno ammirevole nella scenografia, che disegna l’antichità classica in chiave un po’ metafisica e un po’ razionalistica, con l’effetto di una stilizzata freddezza. Ma nell’insieme lo spettacolo ha una cifra di suprema eleganza.
Il direttore Guillaume Tourniaire ha fraseggio nitido, ben articolato, e rende un suono efficace e molto eloquente. La compagnia di canto è notevolissima, con Carmela Remigio (Alceste) e Marlin Miller (Admeto) straordinari per profondità espressiva e stile tragico nella declamazione e nella linea di canto. Molto bene anche Zuzana Marková e Giorgio Misseri (Ismene ed Evandro), misurati ed accorati come necessario, e in genere tutti i comprimari. Sugli scudi il coro istruito da Claudio Marino Moretti, duttile e omogeneo, preciso e di forte presenza scenica.
