Oltre la musica

Comunale, Albanese vede nero

Il presidente della Fondazione vicentina pessimista sul futuro per l'isolamento rispetto alla Regione e la difficoltà crescente nella raccolta di fondi

Quattro mesi fa, a Vicenza, l’allarme era alto per i possibili tagli nei finanziamenti regionali all’Orchestra del Teatro Olimpico e alla Fondazione del Teatro Comunale. Nelle convulse settimane dell’approvazione dell’ultimo bilancio del Consiglio eletto nel 2010 e prossimo all’uscita, si era sentito spesso – anche in pubbliche occasioni di spettacolo – l’appello del vicesindaco e assessore alla crescita, Jacopo Bulgarini d’Elci, a non penalizzare due realtà culturali “virtuose”.

Sembrava che le cose almeno in parte si fossero sistemate, ma oggi si è capito che almeno per la Fondazione non è affatto così. Anzi. I rapporti fra l’istituzione vicentina creata dal Comune per il suo teatro e la Regione sono al punto più basso di sempre: un percorso apparentemente senza ritorno, segnato da una continua erosione nei finanziamenti statutariamente dovuti dalla Regione stessa, che fa parte del ristretto gruppo dei soci fondatori della Fondazione.

Le parole difficoltà e pessimismo sono risuonate infatti come temi chiave nella presentazione che il presidente del Teatro Comunale, Flavio Albanese, ha fatto della stagione 2015-2016. Non senza una nota di esistenziale elogio della malinconia, accoppiata a qualche allusione alla opportuna pratica del ricambio. Insomma, l’anno prossimo Albanese concluderà il suo secondo mandato alla guida della sala vicentina e in questo momento la sua voglia di continuare l’avventura sembra molto bassa.

Certo, è decisamente anomalo che la Regione si disinteressi così platealmente (se si può usare quest’espressione) del Comunale di Vicenza. Dovrebbe avere due componenti in consiglio di amministrazione e da anni non ne nomina nessuno; dovrebbe versare – secondo statuto – 200 mila euro all’anno e ha cominciato a ridurre unilateralmente la quota, passata prima a 150 mila e ora, secondo quanto annunciato, a 100 mila. Albanese ha fatto presto a fare i conti: ad oggi mancano all’appello 200 mila euro. In aumento. Se fosse per lui, avrebbe già messo “in mora” la Regione chiedendo quel che manca. Ma il suo consiglio – nel quale ora siedono solo i rappresentanti del Comune e della Banca Popolare di Vicenza – non lo ha seguito.

La questione è squisitamente di relazione. Politica, certo, ma non solo. Se i rapporti fra Venezia e Vicenza non migliorano, non c’è da aspettarsi che arrivino i soldi, fermati con logiche di “spending review” che vanno a corrente alternata ma non necessariamente di schieramento, visto che i fondi per ripianare i debiti del Comunale di Treviso (quasi mezzo milione) sono saltati fuori. E che quando si è trattato di nominare il vicepresidente del vicentino Cisa (il prestigioso Centro Internazionale di Architettura) la Regione era ben presente e attenta a far valere il suo ruolo.

Ma i dolori di Flavio Albanese non dipendono solo dalla Regione. Un fiero colpo gli è stato assestato anche da Confindustria Vicenza, che dopo aver tagliato a sua volta il suo contributo, a partire da quest’anno è uscita dalla compagine societaria. Problemi economici, certo (la “spending review” si è fatta sempre più stringente anche a palazzo Bonin Longare, fra crisi economica generale ed emorragia di associati) ma anche considerazioni di politica culturale sulla centralità o meno del teatro di Vicenza in un territorio che anche da questo punto di vista – come da quello industriale – vive un accentuato policentrismo. E l’uscita di Confindustria dal gruppo dei soci della Fondazione del Comunale ha certificato che in ogni caso il nuovo teatro di Vicenza non ha alcuna “primazia” nel Vicentino, dove le sale attive sono più di una decina.

Ecco perché Albanese è malinconico. Perché per motivi diversi e da parti diverse non si apprezza la sua “missione” di far capire che la cultura, anche quella delle “performing arts”, è un attivatore economico importante. E sembra che non valga nulla avere conti in ordine (il bilancio qui) e pubblico crescente.

Così, la stagione che verrà bordeggia di conserva con prudenziale attenzione fra tradizione e innovazione, sempre incisiva sul versante della danza, più grigia in quello della prosa, corposa e ricca come d’abitudine nella musica, con il Quartetto e l’Orchestra del Teatro Olimpico che assicurano un carnet ricco e differenziato. Ma il pericolo dell’isolamento istituzionale (e culturale) è concreto tanto quanto le difficoltà economiche che ne deriverebbero. E Albanese non se lo nasconde, se fa capire che qualora le cose non cambiassero avrebbe sempre il suo nuovo studio di Berlino ad attenderlo.

Serve la sterzata e chi la deve dare è il Comune. Che per ora sta alla finestra, o forse si accontenta di far vedere il suo segno in presenze insolite o inopinate specie nel cartellone di prosa: uno Sgarbi attore che racconta Caravaggio (i prolegòmeni alla prossima mostra in Basilica?); l’ingresso nella rassegna di prosa contemporanea del Teatro del Lemming (esule da Rovigo e da poco insediato con molto decisionismo e non altrettanto discernimento allo Spazio AB 23), altro inutile schiaffo alle realtà teatrali locali. Ma se la visione è questa, la strada non porta lontano.

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Pubblicato anche su Vvox